Il ritorno del nucleare nell’agenda politica nazionale riaccende una questione che l’Italia non è mai riuscita a risolvere definitivamente: dove collocare il Deposito Nazionale destinato ad accogliere i rifiuti radioattivi prodotti dal Paese. Un tema che, mentre il Parlamento discute il futuro dell’energia atomica, continua a generare forti tensioni nei territori individuati come possibili sedi dell’impianto. Tra questi, la Tuscia resta il principale fronte della contestazione. La mobilitazione, che gode del consenso di decine di amministrazioni comunali, è arrivata nei giorni scorsi fino al cuore di Roma, allo scopo di portare l’attenzione delle istituzioni su di un problema che riguarda non solo la provincia di Viterbo, ma la nazione intera.
Un battello ha attraversato il Tevere con a bordo amministratori locali, rappresentanti di associazioni e cittadini, accompagnati da bandiere e ombrelli gialli con il simbolo del nucleare e da striscioni con la scritta “No scorie nella Tuscia“. Sullo sfondo di Castel Sant’Angelo, la manifestazione ha voluto trasformare una vertenza territoriale in una questione di interesse nazionale, richiamando l’attenzione di Roma su una scelta che, secondo i promotori, potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini della provincia di Viterbo. La protesta nasce dall’elevata concentrazione di aree candidate nel territorio viterbese. Nella Carta nazionale delle aree idonee figurano infatti 51 siti potenzialmente compatibili con la realizzazione del Deposito Nazionale e ben 21 di questi si trovano nella sola provincia di Viterbo, pari a oltre il 40 per cento del totale. Una percentuale che da anni alimenta interrogativi e opposizioni da parte di amministrazioni locali, associazioni ambientaliste, comitati civici e cittadini. Secondo il progetto, il Deposito Nazionale dovrebbe ospitare, anche se in teoria non più [1] in un singolo sito come inizialmente previsto, circa 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, compresi circa 18 mila metri cubi di scorie. Di questi, circa la metà sarebbero riconducibili alla produzione energetica delle vecchie centrali nucleari italiane. Per i comitati si tratterebbe di una struttura incompatibile con un territorio caratterizzato da produzioni agricole di qualità, importanti aree naturali, siti archeologici e fragilità idrogeologiche. Contestazioni che, negli ultimi quattro anni, hanno dato vita a una mobilitazione capillare, culminata in grandi manifestazioni pubbliche e in una serie di osservazioni tecniche presentate alle istituzioni. I promotori contestano in particolare i criteri utilizzati per l’individuazione delle aree idonee, sostenendo che non siano stati adeguatamente considerati elementi quali la presenza di corsi d’acqua, sorgenti, falde superficiali, centri abitati e peculiarità ambientali e socioeconomiche del territorio. Tra le preoccupazioni espresse figura anche il possibile impatto sulle risorse idriche collegate al bacino del Tevere, motivo per cui la manifestazione romana ha assunto un forte valore simbolico.
La mobilitazione gode inoltre di un ampio sostegno istituzionale. Oltre cinquanta amministrazioni comunali della provincia hanno espresso la loro contrarietà al progetto. Già nel 2024 [2] circa 2.500 persone avevano partecipato alla marcia “Tuscia in Movimento”, alla quale avevano aderito sessanta sindaci, rappresentanti della Provincia di Viterbo, consiglieri regionali, parlamentari, associazioni e comitati. Anche il Consiglio regionale del Lazio, il Comune di Roma e la Città metropolitana si sono schierati contro l’ipotesi di localizzare il deposito nella Tuscia. La protesta si inserisce in un quadro nazionale più ampio. Con l’approvazione [3] alla Camera del disegno di legge delega sul nucleare, il governo ha avviato il percorso che potrebbe riportare l’energia atomica nel mix energetico italiano. Il provvedimento, ora all’esame del Senato, affida all’esecutivo il compito di definire entro dodici mesi le regole per lo sviluppo del cosiddetto nucleare di nuova generazione, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor (SMR) e agli Advanced Modular Reactor (AMR). Si tratta di tecnologie che, secondo il governo, potrebbero contribuire alla decarbonizzazione e alla sicurezza energetica del Paese. Tuttavia, gli stessi tempi indicati dall’esecutivo collocano l’eventuale entrata in funzione dei nuovi impianti non prima del 2034-2035. Inoltre, molte delle soluzioni tecnologiche proposte risultano ancora in fase di sviluppo e non sono disponibili su scala commerciale.
Al di là del dibattito sul ritorno dell’atomo, resta aperta la questione delle scorie radioattive già esistenti. A quasi quarant’anni dalla chiusura delle centrali nucleari italiane e a quindici anni dal referendum del 2011 che confermò il no degli italiani al nucleare, il Paese non ha ancora individuato in via definitiva il sito destinato a ospitare le scorie prodotte decenni fa mentre si pensa al ritorno del nucleare che, in ogni caso, ne produrrà di nuove. Negli anni l’Italia ha sostenuto costi significativi per il trattamento all’estero di parte dei rifiuti radioattivi, affidandone la gestione a impianti in Francia e nel Regno Unito. Il loro progressivo rientro rende ancora più urgente la definizione di una soluzione nazionale. Proprio per accelerare il processo, il decreto Energia ha introdotto la possibilità [4] per i Comuni di autocandidarsi a ospitare il deposito, anche se non inseriti nelle aree inizialmente individuate. Mentre il confronto politico sul nucleare torna al centro dell’agenda nazionale, la vicenda della Tuscia dimostra come il nodo del deposito resti uno dei passaggi più delicati dell’intera strategia energetica italiana. Una questione che intreccia sicurezza, ambiente, sviluppo economico e consenso sociale, e che continua a incontrare una forte resistenza nei territori chiamati a ospitare una delle infrastrutture più controverse del Paese.