Dovevano essere i Mondiali della ricchezza e del benessere, trainati da folle entusiaste. A una settimana dal suo inizio, quella impacchettata da Infantino e Trump risulta invece una competizione travolta da polemiche, proteste e flop economici. Non hanno di certo aiutato i prezzi stratosferici fissati per i biglietti, così come le tensioni geopolitiche aggravate dalla guerra scatenata da Trump all’Iran o ancora il clima di paura che l’amministrazione americana infonde con la sua “gestione” dei migranti. La situazione non migliora in Messico, altro Paese ospitante, dove alla popolazione proprio non va di fare la passerella a una competizione che vorrebbe camuffare una vita segnata da precarietà e salari da fame. Gli stadi restano così mezzi vuoti, ma per Infantino non ci sono problemi: se le riprese televisive inquadrano interi settori senza tifosi, sostiene, è perché preferiscono «stazionare nei corridoi».
I dati di un flop preannunciato
Il flop economico dei Mondiali di calcio in America era stato ampiamente preannunciato dalla campagna fallimentare sui biglietti delle partite. Per questa edizione, la Federazione Internazionale di Calcio (FIFA), guidata da Gianni Infantino, ha fatto ricorso a un sistema di prezzi dinamici, aumentando più volte le tariffe nel corso dei mesi. Se si escludono i biglietti a 60 dollari assegnati con una lotteria (pari al 2% del totale), per assistere [1] a una partita della fase ai gironi è necessaria una cifra che oscilla tra i 140 e i 1410 dollari, a seconda del settore scelto. Secondo un’indagine [2] del Financial Times, a pochi giorni dall’inizio della competizione sarebbero stati circa 180mila i biglietti non staccati, costringendo la FIFA a introdurre degli sconti dell’ultimo minuto, che si aggiungono ai posti riservati a sponsor e autorità.
A quanto pare la scelta di fissare prezzi molto più elevati rispetto alle edizioni precedenti, puntando sulla “salute” del mercato nordamericano, non ha ripagato. I tifosi sono stati tagliati fuori, costretti a rinunciare del tutto o a far quadrare i conti per vedere una sola partita, mentre la quota “ricca” degli spettatori non ha risposto come da programma. Di conseguenza, a finire sold-out sono state soltanto alcune delle partite più blasonate, mentre decine di match faranno i conti con gli spalti mezzi vuoti. Dalle colonne dell’Athletic, la sezione sportiva del New York Times, è stata sottolineata [3] la discrepanza tra i numeri ufficiali forniti dalla FIFA sull’affluenza di Corea del Sud-Repubblica Ceca (praticamente un sold-out) e una realtà fatta di tanti posti vuoti. Non è tardata ad arrivare la replica di Infantino, che ha rigettato le accuse sui numeri gonfiati, sostenendo che «molti spettatori hanno preferito stazionare nei corridoi».
Il costo del biglietto non esaurisce la spesa per assistere a una partita dei Mondiali. La cifra lievita vertiginosamente se si considerano trasporti, pasti, pernottamenti e acquisti durante l’evento, dove una bottiglia d’acqua arriva a costare 6 dollari. A conti fatti — sull’Athletic è possibile fare [1] delle stime — emerge una spesa poco sostenibile per il cittadino medio. Chi invece decide di affrontarla pratica, dove può, dei tagli. Ad andare in difficoltà è dunque l’apparato commerciale che sorge intorno a eventi simili. Per convincere le città di Stati Uniti, Canada e Messico a candidarsi per ospitare le partite dei Mondiali, la FIFA aveva promesso [5] entrate elevate. A fronte di una spesa totale di 11,1 miliardi, veniva previsto un ritorno economico di 30,5 miliardi di dollari. A mettere in dubbio questi numeri è lo scontro con la realtà, dove le varie città coinvolte registrano [6] traffici turistici più bassi rispetto a quelli stimati, soprattutto per quanto riguarda i trasporti e i pernottamenti nelle strutture ricettive. Dopo aver sborsato milioni di dollari tra investimenti, manutenzione e progettazione — imposti dalla FIFA — le amministrazioni locali si trovano dunque a fare i conti con i malumori di migliaia di contribuenti.
I Mondiali della paura
I prezzi inaccessibili non esauriscono le cause del flop degli attuali Mondiali di calcio. A frenare il flusso di persone, e il relativo entusiasmo, verso uno degli eventi sportivi più attesi sono state anche le politiche dell’amministrazione Trump, che a inizio giugno ha “accolto [7]” le varie delegazioni nazionali con cani antidroga, perquisizioni e interrogatori. Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo designato per i Mondiali, è stato respinto alla frontiera, nonostante i documenti in regola. La stessa sorte è toccata a diversi gruppi di tifosi con il visto negato, che si aggiungono a quelli rimasti a casa perché consci di non avere alcuna possibilità di entrare negli Stati Uniti. Durante il suo secondo mandato, Trump ha esteso il divieto di ingresso negli USA ai cittadini di 39 Paesi del mondo. Alcuni di questi stanno partecipando alla competizione della FIFA, che più volte ha dichiarato di non poter mettere in discussione le politiche migratorie dei membri ospitanti.
Haiti e Costa d’Avorio giocheranno senza i propri tifosi al seguito. «Gli Stati Uniti sono stati chiari con noi, dicendo che non vogliono vedere i nostri tifosi», ha detto Julien Kouadio Adonis, del ministero dello Sport ivoriano. Haiti ha dovuto anche cambiare all’ultimo la propria divisa, perché giudicata troppo “politica” dalla FIFA. La selezione caraibica aveva ideato una maglia raffigurante la battaglia di Vertières del 1803, che portò all’indipendenza del Paese.
Le polemiche dal campo non si fermano qui. In questa edizione dei Mondiali, la FIFA ha introdotto delle pause obbligatorie per bere. Il motivo ufficiale è attenuare le alte temperature e tutelare la salute dei calciatori. Uno scopo nobile, da applicare anche quando in campo non si superano i 23 gradi, come successo durante la partita inaugurale. A pensar male verrebbe da sottolineare come queste pause da 3 minuti per tempo di gioco siano per le tv un incubatore di pubblicità da destinare agli sponsor del torneo. Non manca il disappunto dei giocatori, che lamentano un ritmo spezzato a causa della pausa obbligatoria.
Dal campo, le polemiche si diffondono presto anche alle interviste post-gara, riguardando l’uso esclusivo dell’inglese. Al termine della partita tra Brasile e Marocco, giocata Al MetLife Stadium di New Jersey, a un giornalista è stato impedito di parlare in spagnolo con Achraf Hakimi, capitano del Marocco. Un funzionario FIFA presente in sala stampa ha giustificato il divieto per mancanza di interpreti. Una scena analoga si è ripetuta con l’intervista a Frankie De Jong, prima di Olanda-Giappone.
[8]A rendere pesante il clima tutt’altro che di festa dei Mondiali è la presenza costante degli agenti dell’immigrazione schierati negli USA. Un gruppo di artisti statunitensi ha lanciato [9] una campagna per l’inizio dei Mondiali dal titolo eloquente: No ICE in the Cup. Affinché la competizione «rimanga allegra, sicura e protetta», viene chiesto l’allontanamento degli agenti del reparto migrazioni dagli stadi e dalle piazze, «dove la gente si riunisce per seguire le partite e festeggiare». «La presenza dell’ICE — avvertono gli artisti — rischia di trasformare questa celebrazione in un momento di crudeltà e paura».
A qualche chilometro di distanza, in Messico, l’avvio dei Mondiali è stato preceduto da un’intensa mobilitazione cittadina, guidata [10] dagli insegnanti. «Migliaia di lavoratrici e lavoratori scendono in piazza per i nostri diritti, per l’istruzione pubblica e per un futuro dignitoso». Con queste parole il sindacato CNTE ha dato inizio allo sciopero del 1° giugno, guidando un corteo nel centro della capitale messicana. Sono state bloccate diverse arterie di Città del Messico e non sono mancati gli scontri con la polizia, col sindacato CNTE che denuncia l’utilizzo di proiettili di gomma e il ferimento di due manifestanti.
Dai Mondiali di calcio americani emerge una situazione nel complesso surreale, che stride coi valori di inclusione e uguaglianza dello sport, che la FIFA stessa dovrebbe tutelare. L’unica preoccupazione della massima istituzione calcistica sembrerebbe invece quella di limitare i danni economici di un evento progettato sin dall’inizio con l’obiettivo di spillare quanti più soldi possibili ai tifosi-clienti. Infantino non aveva fatto i conti con l’imprevedibilità politica dell’amico Trump, le rimostranze degli appassionati e il poco appeal di una competizione ampliata, da 32 a 48 squadre, per offrire più partite e dunque aumentare gli incassi. In molti hanno deciso di disertare, costringendo la FIFA a fare i conti con stadi mezzi vuoti. O meglio pieno di persone che più che guardare il pallone rotolare preferiscono «stazionare nei corridoi».
