Con il 49,82% dei voti, il partito del premier uscente dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha vinto le elezioni parlamentari nel Paese. Pashinyan rimarrà così alla guida dell’esecutivo, tanto da avere dichiarato che il suo partito governerà da solo, senza alleanze. La sua vittoria arriva dopo una tesa campagna elettorale, caratterizzata da arresti e scontri con politici dell’opposizione e vertici della Chiesa armena, i cui membri di spicco sono stati accusati di avere tentato di rovesciare lo Stato. Pashinyan è lo stesso premier che ha aperto alla pace con l’Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh, mediata dagli USA. Proprio a partire dalla sconfitta militare con Baku, il suo governo ha adottato una linea più orientata verso l’Occidente, in un contesto di rapporti progressivamente più tesi con la Russia, storico alleato del Paese.
I risultati [1] delle elezioni non sono ancora ufficiali, ma secondo le proiezioni del centro elettorale armeno il partito Contratto Civile del premier Pashinyan avrebbe ottenuto il 49,825% dei voti, Armenia Forte il 23,281%, Alleanza Armena il 9,934% e il partito Armenia Prospera il 3,996%; il leader di quest’ultimo partito – che ha sfiorato la soglia di sbarramento del 4% – ha denunciato discrepanze tra i dati diffusi dalla commissione elettorale e gli spogli di alcuni dei seggi, affermando di avere chiesto una nuova conta delle schede. La commissione elettorale ha affermato che non vi sarebbero state irregolarità nelle elezioni, ma che riconterà le sezioni segnalate da Armenia Prospera, e ha dichiarato che annuncerà i risultati ufficiali il prossimo 14 giugno; le attuali proiezioni assegnano a Contratto Civile 64 dei 105 seggi in parlamento.
La tornata elettorale, svoltasi domenica 7 giugno, segue un periodo particolarmente teso per Erevan. Nell’ultimo anno, si sono verificati scontri tra Contratto Civile e i partiti di opposizione Alleanza Armena e Armenia Forte, giudicati troppo vicini alla Russia: Alleanza Armena è guidato dall’ex presidente Robert Kocharyan, e alcuni suoi membri sono stati arrestati con accuse di terrorismo [2]e corruzione [3]. Armenia Forte, invece, è un movimento nato recentemente su iniziativa del miliardario armeno-russo Samvel Karapetyan, attualmente sotto processo con l’accusa di aver lanciato appelli per rovesciare il governo. Nei mesi che hanno preceduto le elezioni, le autorità anticorruzione armene hanno arrestato 14 persone legate al partito, accusandole di corruzione elettorale; lo stesso Karapetyan è stato arrestato nel giugno del 2025, dopo aver accusato il governo di condurre una campagna contro la Chiesa apostolica armena. Proprio quest’ultima ha costituito il terzo fronte di scontri interni per il premier Pashynian, che nei mesi ha arrestato numerosi vescovi [4], sacerdoti [5], e alti ecclesiastici [6], accusati di tentativi di colpo di Stato.
I primi attriti tra Pashinyan e la chiesa armena (che è autocefala) emersero nel 2020, quando Karekin II (Catholicos della chiesa armena, equivalente del Papa per la chiesa cattolica) iniziò a chiedere le dimissioni del premier in seguito alla sconfitta militare del Paese contro l’Azerbaigian nel conflitto nella regione contesa del Nagorno-Karabakh. Il conflitto nella regione, a maggioranza armena, ma situata in Azerbaigian, nacque quando, con la caduta dell’Unione Sovietica, di cui sia Baku che Erevan facevano parte, i separatisti del Nagorno-Karabakh presero il controllo di alcune aree della regione e si dichiararono Stato indipendente per ottenere l’annessione all’Armenia. Le tensioni che seguirono sfociarono in un conflitto che si concluse con un cessate il fuoco provvisorio garantito dalla Russia. Nonostante le tensioni costanti, l’accordo resistette fino al 2020, quando la guerra riprese per poco più di un mese, culminando in una netta vittoria dell’Azerbaigian. A settembre 2023, infine, l’Azerbaigian lanciò una vasta offensiva sulla porzione della regione rimasta ancora nelle mani dei separatisti, ponendovi fine in un solo giorno. L’Armenia, abbandonata dagli alleati, firmò un armistizio [7] dopo 24 ore.
Proprio a partire dal 2023, con la disfatta militare nella regione, l’Armenia di Pashinyan, ormai premier dal 2018, iniziò ad allontanarsi in maniera più netta dalla Russia per provare a ricollocarsi sullo scacchiere geopolitico. Nonostante Mosca resti il primo partner dell’Armenia, Pashinyan ha congelato [8] la partecipazione di Erevan all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, alleanza militare che unisce parte delle nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti – organizzazione composta da nove dei quindici ex membri dell’URSS. Il premier ha inoltre ridotto le truppe russe dispiegate nel Paese, smobilitandole [9] da aree di confine e zone strategiche come l’aeroporto internazionale di Zvartnots.
Parallelamente, Pashinyan ha iniziato un percorso di normalizzazione [10] con la Turchia (con cui i rapporti risultano tesi a causa della viva memoria storica del genocidio armeno), che ha riaperto il proprio mercato interno all’Armenia. Analogamente, ha ripreso i dialoghi con l’Azerbaigian: lo scorso agosto Pashinyan ha firmato uno storico pace [10] con il proprio omologo azero; mediato dagli USA, il patto segna la fine delle rivendicazioni armene sul Nagorno-Karabakh e l’avvicinamento dell’Armenia a Washington, con cui lo scorso anno ha avviato esercitazioni militari [11] congiunte. Un ulteriore ricollocamento verso Occidente ha interessato la Francia, con cui ha aumentato i propri scambi [12] specie sul fronte dell’approvvigionamento militare, e più in generale l’Unione Europea [13], con cui ha rilanciato il commercio e la collaborazione. Lo scorso 5 maggio [13] si è tenuto il primo vertice UE-Armenia in cui si è parlato dell’avvicinamento di Erevan verso l’UE, sempre più vicina ad aprire i negoziati per l’adesione; lo scorso anno, il parlamento guidato da Contratto Civile ha approvato [13] una legge che impegna il governo ad avviare il processo negoziale con Bruxelles per entrare a far parte dell’UE.