Il quarto incontro tra le delegazioni israeliana e libanese a Washington si è concluso come ormai da tradizione: il raggiungimento di un cessate il fuoco che non ferma l’invasione del Libano. L’accordo è stato concordato ieri, ma non è chiaro quando entrerà in vigore; esso prevede di fatto il rinnovo dei termini già concordati, che subordinano il cessate il fuoco alle attività di un Hezbollah che nel frattempo deve venire «smantellato». L’accordo finisce così per raggiungere il triplice risultato di bloccare le negoziazioni con l’Iran, che chiede l’interruzione delle aggressioni israeliane per aprire i tavoli; legittimare l’invasione israeliana, autorizzando Tel Aviv ad attaccare Hezbollah; e attribuire la responsabilità di stallo e violazioni alla controparte, vietando a Hezbollah di rispondere alle aggressioni. Sul fronte interno, intanto, i legislatori statunitensi incalzano: col supporto di quattro repubblicani la Camera ha approvato una mozione che chiede il ritiro delle truppe dalla regione; sebbene debba ancora passare dallo stesso Trump, essa aumenta le pressioni sull’amministrazione, chiedendo al governo di cessare le ostilità.
«A seguito dei negoziati guidati dagli Stati Uniti, Israele e Libano hanno concordato l’attuazione di un cessate il fuoco». Inizia così il comunicato [1] diffuso ieri dal Dipartimento di Stato degli USA, con cui viene notificata l’estensione dell’accordo di cessate il fuoco in Libano. Ai tavoli, come ormai di consueto, non hanno partecipato delegati di Hezbollah. Non è chiaro quando la nuova tregua entrerà in vigore né quanto durerà: Netanyahu non ha ancora rilasciato dichiarazioni, mentre il presidente libanese Aoun [2] ha affermato che sta aspettando risposte da tutte le parti interessate oltre a non meglio precisate «garanzie di conformità», e che l’attuazione dell’accordo potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione finale. Il cessate il fuoco, insomma, sembrerebbe ancora in fase di ratifica; risulta tuttavia ancora in vigore l’estensione raggiunta [3] a metà maggio, che in ogni caso non sta sortendo alcun effetto reale. I combattimenti del resto stanno continuando, tanto che oggi un attacco [4] ha colpito anche un contingente UNIFIL, uccidendo un soldato. Israele intanto continua a espandere la propria area di operazione, emanando [5] nuovi ordini di evacuazione dal sud del Libano e spingendo la popolazione a nord del fiume Zahrani. Il nuovo confine del fronte è ormai segnato da quest’ultima barriera naturale, e si estende ben oltre il Litani.
Il contenuto dell’ultimo accordo non ha elementi inediti rispetto a quelli che lo hanno preceduto, fatta eccezione per uno solo. In un passaggio del comunicato, si legge che «le due parti hanno concordato, con la guida degli Stati Uniti, di portare avanti rapidamente la creazione di zone pilota in cui le forze armate libanesi assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo tutti gli attori non statali». Non è chiaro cosa esattamente siano queste «zone pilota», né dove verrebbero istituite. Il presidente Aoun ha affermato che il Libano ha proposto che vengano applicate nell’area vicino a Nabatieh, incluso il Castello di Beaufort, e a Yahmor, nella Beqaa occidentale; si tratta, in questi casi, di zone attualmente sotto il controllo di Israele situate a nord del fiume Litani.
L’accordo, di fatto, ha l’effetto di legittimare su carta l’invasione israeliana in Libano. Il comunicato sancisce che le delegazioni hanno discusso un quadro di sicurezza «volto a garantire in modo sostenibile la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale del Libano e di Israele»; questo «modo sostenibile» contempla «lo smantellamento dei gruppi armati non statali e la prevenzione della loro ricomparsa». Tradotto: gli attacchi a Hezbollah sono legittimi. Tale punto viene riaffermato successivamente, quando si legge che «Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento delle sue infrastrutture in tutto il Libano». Il cessate il fuoco, tuttavia, è «subordinato alle attività» del gruppo, che, dunque, non ha diritto di rispondere alle aggressioni e, anzi, si vede attribuire le responsabilità del proseguimento della guerra a causa dei tentativi di respingimento delle truppe israeliane.
Lo ha ammesso lo stesso ministro della Difesa israeliano Israel Katz: «L’esercito continuerà le sue operazioni di fuoco e di terra, e rimarrà nella zona di sicurezza del Libano fino alla linea gialla, inclusa l’area di Beaufort», ha detto alla stampa israeliana [6], contraddicendo le dichiarazioni del presidente Aoun. Lo Stato Ebraico, inoltre, «non permetterà il ritorno della popolazione» nelle aree invase, e continuerà a smantellare le infrastrutture terroristiche sul terreno». Insomma: Israele continuerà ad attaccare Hezbollah, ma Hezbollah non è autorizzato a rispondere alle aggressioni; se dovesse farlo, Israele avrebbe piena «libertà d’azione, con il sostegno americano, per colpire Beirut».
La tregua concordata, insomma, non pare cambiare la situazione reale sul campo. Essa, piuttosto, prolunga lo stallo nelle trattative tra USA e Iran, perché Teheran ha sempre posto come obiettivo incondizionato la fine dell’aggressione israeliana contro il Paese dei Cedri. Il fronte interno degli USA, tuttavia, sta aumentando le pressioni sul presidente perché cessi le ostilità, e anche i repubblicani stanno iniziando a smarcarsi da Trump. La mozione [7] approvata stamattina chiede il ritiro delle truppe e la restituzione del potere di decidere sul proseguimento della guerra in corso al Congresso; il suo valore tuttavia è prevalentemente simbolico, poiché oltre a dovere passare dal Senato, Trump può bloccarla esercitando il proprio diritto di veto.