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UE e migranti: quando il divieto di aiuto diventa sistema

Ci sono due storie che stanno accadendo nello stesso momento. Se le guardi da lontano sembrano scollegate. Se le avvicini, spiegano tutto. 

La prima è quella di Tommy Olsen, fondatore della ONG Aegean Boat Report. Una persona che fa una cosa molto semplice: quando individua una barca con migranti, avvisa le autorità. Non li nasconde, non li trasporta. Fa esattamente ciò che dovrebbe attivare il diritto d’asilo: rende visibili quelle persone. E per questo oggi rischia l’arresto e l’estradizione

La seconda storia è quella di Fabrice Leggeri, per anni alla guida di Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea che coordina il controllo delle frontiere esterne. Durante il suo mandato, secondo anni di inchieste, si sono moltiplicati i respingimenti: operazioni in cui le persone vengono fermate e riportate indietro, senza poter chiedere protezione. Oggi è sotto indagine [1] per crimini contro l’umanità. 

Fin qui, sembra quasi una storia che si aggiusta da sola: chi ha aiutato viene accusato, chi ha gestito male viene indagato. Ma è una lettura che non regge. Perché queste due storie non si contraddicono; si tengono insieme. Per capirlo bisogna tornare a una scena concreta, sempre la stessa: una barca nel Mediterraneo. Se quella barca arriva in Europa ed è identificata, succede qualcosa di preciso: le persone a bordo possono chiedere asilo e il diritto si attiva. È esattamente questo passaggio che negli ultimi anni si è cercato di evitare. In che modo? Costruendo un sistema che consiste nel fermare le barche prima che arrivino, farle intercettare da altri Paesi, ritardare o evitare i soccorsi, spostare il confine sempre più lontano. 

Questo è il contesto in cui ha operato Frontex sotto la direzione di Fabrice Leggeri e questo è, ancora oggi, il cuore delle politiche europee: il nuovo patto su migrazione e asilo, gli accordi con Paesi terzi, l’esternalizzazione delle frontiere. 

Ed è proprio qui che il collegamento diventa chiaro. 

Se il sistema funziona evitando che le persone arrivino a essere registrate, chiunque contribuisca a segnalarne la presenza diventa un problema. Ed è esattamente ciò che fa Olsen, e che hanno fatto attivisti prima di lui, come Sarah Mardini e Sean Binder. 

Quando avvisa le autorità e il pubblico di una barca in acque territoriali di un Paese, quella barca non può più sparire: diventa un caso, deve essere gestita e deve entrare, almeno potenzialmente, dentro il diritto. In altre parole: si spinge nella direzione opposta rispetto al sistema. 

E allora le due storie smettono di essere separate. L’indagine su Leggeri dice che quel sistema, negli anni, ha prodotto violazioni, mentre il caso Olsen mostra che quel sistema non è finito. È ancora lì. E reagisce non cambiando direzione, ma proteggendosi. Perché mentre si mette in discussione una figura, l’Europa rafforza l’impianto: più controlli, più accordi per fermare le persone prima e più distanza tra il confine e il diritto, con la condizione fondamentale che nessuno intervenga per interromperlo. 

Per questo chi aiuta finisce sotto accusa, non perché il suo gesto sia pericoloso in sé, ma perché interferisce con un meccanismo che funziona meglio quando resta invisibile e con una logica che ha bisogno che quella barca non diventi mai un “caso”. 

E allora la frase “vietato aiutare” smette di sembrare eccessiva: non è scritta in una legge, ma nel modo in cui il sistema reagisce. 

Aiutare significa rendere visibile, e oggi rendere visibile è ciò che mette più in difficoltà l’intera architettura, un’architettura che non si sta smontando ma, al contrario, si sta consolidando [2]. Per questo il punto non è tra Olsen e Leggeri, ma capire che stanno dentro la stessa storia. 

Una storia in cui l’Europa riconosce gli abusi, ma continua a muoversi nella stessa direzione che li ha resi possibili, con Frontex in prima linea. Le storie che arrivano dal mare, dai campi, dai tribunali non sono separate: sono la stessa storia, una storia in cui il confine diventa un dispositivo politico totale e la legge viene usata non solo per regolare, ma per scoraggiare. 

Dunque la domanda resta lì, semplice e inevitabile: in un sistema in cui aiutare è sempre più rischioso, cosa siamo disposti a fare? Perché prima o poi, in un modo o nell’altro, quella barca torna, sempre, e a quel punto non ci sarà più la distanza dei video, delle notizie, delle dichiarazioni. Ci sarà solo una scelta: respingere o aiutare, anche quando è vietato.

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Still I Rise

Still I Rise è un’organizzazione no-profit internazionale, che offre istruzione di eccellenza ai bambini profughi e vulnerabili in vari Paesi, con l’obiettivo di porre fine alla crisi scolastica globale. Completamente indipendente, Still I Rise è stata fondata nel 2018 ed è guidata da Nicolò Govoni.