Il bassista dei Pink Floyd Roger Waters, il frontman dei primi Genesis Peter Gabriel, il produttore e compositore Brian Eno; ma anche il rapper Macklemore, e la band dei Massive Attack. Sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno lanciato una campagna di boicottaggio per impedire la partecipazione di Israele all’Eurovision. La campagna ha raccolto oltre 1.000 firme da parte di artisti noti in tutto il mondo, e si inserisce in un contesto di crescente pressione per escludere il Paese dal concorso a causa del genocidio a Gaza. È stata promossa dai gruppi di attivisti No Music for Genocide e Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel, sulla scia delle analoghe iniziative avanzate gli scorsi anni per escludere Israele dallo stesso Eurovision e, in generale, dalle manifestazioni culturali.
«Mentre la violenza sionista fa da colonna sonora e soffoca la vita stessa, dalla Palestina al Libano all’Iran, respingiamo l’uso ipocrita della musica da parte dell’Eurovision per cercare di soffocare le atrocità in nome di un’armonia “apolitica”». Inizia così il comunicato [1] diffuso da No Music for Genocide e Celebrities for Palestine in cui gli artisti dichiarano la loro intenzione di boicottare la presenza di Israele dalle manifestazioni di natura culturale. Gli artisti denunciano il doppiopesismo dei Paesi “Occidentali” affermando che – davanti all’esclusione della Russia a causa della guerra in corso all’Ucraina, «qualsiasi lamentela riguardo alle richieste di bandire l’Israele dell’apartheid equivale a una copertura culturale per il genocidio». La manifestazione, ricordano gli artisti, «è seguita da più persone rispetto all’intervallo del Super Bowl e ai Grammy messi insieme», e per Israele costituisce un’opportunità di ripulire la propria immagine pubblica sfruttando la propaganda culturale. Lasciando partecipare Israele, denunciano i promotori della campagna, l’Eurovision si rende complice della normalizzazione dei «sistemi razzisti di apartheid, tortura, furto di terre e occupazione militare contro i palestinesi». Il Paese, concludono, va dunque escluso dalla competizione.
La campagna vede le firme di artisti da tempo impegnati nel politico e nel sociale come Roger Water, di ex vincitori della competizione e di musicisti e band recentemente finiti sotto i riflettori per essersi espressi contro il genocidio palestinese, finendo di tutta risposta indagati dalle autorità dei propri Paesi (è il caso dei Kneecap [2] e dei Massive Attack [3]). Essa arriva sulla scia di numerosi tentativi di boicottare [4] la partecipazione di Israele all’Eurovision che precedono di gran lunga il 7 ottobre 2023; l’opzione, tuttavia, è stata messa pubblicamente sul piatto dagli stessi Paesi partecipanti solo nel 2024, dalla emittente slovena RTVSLO. Il tema è poi esploso nell’aprile [5] del 2025, quando anche Islanda e Spagna si sono schierate contro la presenza di Israele all’evento, accusando l’EBU – l’emittente europea che organizza l’Eurovision – di applicare un doppio standard, escludendo la Russia da una parte e permettendo a Israele di partecipare dall’altra. Nel maggio [6] del medesimo anno, in occasione dell’apertura dei concerti, le proteste sono poi arrivate direttamente in piazza, con decine di manifestanti che si sono riuniti davanti al Turquoise Carpet di Basilea (sede dell’edizione 2025) per contestare la cantante israeliana Yuval Raphael.
Nonostante i tentativi di mettere la questione della partecipazione di Israele ai voti, lo scorso dicembre, l’EBU si è rifiutata di sottoporre l’esclusione di Israele a scrutinio. In risposta, i medesimi Paesi promotori dell’iniziativa – Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna – hanno annunciato il loro ritiro [7] dalla manifestazione; successivamente, a essi si è aggiunta anche l’Islanda [8]. Le emittenti pubbliche di tali Paesi hanno annunciato che non trasmetteranno l’evento e alcune di esse, come quella slovena, hanno dichiarato che al suo posto manderanno in onda il ciclo di film “Voices of Palestine”, con documentari e lungometraggi palestinesi.