I “volenterosi” sono tornati. Dopo aver guidato le iniziative a sostegno dell’Ucraina, questo gruppo che racchiude diversi Paesi europei, Italia compresa, è passato al dossier iraniano. L’obiettivo è sostanzialmente lo stesso: stare al passo degli Stati Uniti e in qualche modo redistribuire gli oneri. Il vertice di Parigi promosso da Francia e Regno Unito aiuta a sciogliere qualche dubbio sulla missione che i “volenterosi” intendono intraprendere nello Stretto di Hormuz una volta che Iran e USA avranno raggiunto una tregua stabile. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, destinataria dei recenti attacchi di Donald Trump, si è detta ad esempio pronta a mettere a disposizione le proprie navi dragamine, previa autorizzazione parlamentare. La missione esclusivamente difensiva — come l’ha definita Meloni — darebbe continuità ad altri interventi europei nella regione, condotti a spese dei contribuenti e dell’incolumità del personale coinvolto. Si pensi ad esempio all’operazione Aspides nel Mar Rosso, anch’essa attivata [1] per scortare le navi mercantili, che dal 2024 conta diversi scontri ingaggiati con gli Houthi yemeniti.
Mentre l’Iran annunciava la riapertura dello Stretto di Hormuz (oggi chiuso [2] di nuovo a seguito del mantenimento del blocco marittimo USA), all’Eliseo si teneva un vertice sul ripristino del commercio in Asia Occidentale. All’incontro organizzato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer hanno partecipato dal vivo Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Frederich Merz. In collegamento circa quaranta Paesi, dall’America Latina all’Asia, nonché Ursula von der Leyen per una rappresentanza europea. Gli Stati Uniti non solo non hanno partecipato ma, attraverso il presidente Donald Trump, hanno lanciato l’ennesima bordata nei confronti degli Alleati riunitisi all’evento parigino: «Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz è finita, ho ricevuto una chiamata dalla NATO che chiedeva se avremmo avuto bisogno di aiuto. Ho detto che si tengano lontani, a meno che vogliano solo caricare le loro navi di petrolio. Sono stati inutili quando servivano, una tigre di carta!».
Francia e Regno Unito però non demordono e continuano sulla loro strada, coinvolgendo più Paesi possibili a partire da quelli europei che, dopo aver declinato gli inviti di Trump a partecipare all’aggressione all’Iran, si fanno avanti per portare una presenza militare nello Stretto di Hormuz. Di fronte alla minaccia di abbandonare [3] la NATO e a un rischio, sempre vivo, di nuovi dazi, il Vecchio Continente torna dunque alla realpolitik, evita di cedere alle provocazioni di Washington e anzi prova a recuperare i rapporti con il suo alleato numero uno, da cui dipende sempre di più. Con la guerra in Ucraina, l’Europa ha ad esempio sostituito [4] le importazioni di gas russo con quelle di GNL americano e, alla luce del blocco di Hormuz, ha aumentato [5] le forniture statunitensi di petrolio.
Nel fronte europeo fa scuola la presidente del Consiglio italiana, che ha incassato i recenti attacchi di Trump senza controbattere, coerentemente con l’idea di “Quel ponte da ricostruire sull’Atlantico”, come scritto da Mario Sechi, ex capo ufficio stampa di Meloni e oggi direttore di Libero. Dall’Eliseo la leader di Fratelli d’Italia si è congratulata [6] con Washington per la mediazione svolta tra Israele e Libano nel raggiungimento di un cessate il fuoco e augura la ripresa dei negoziati con l’Iran. È da questo momento che dovrebbero poi intervenire i “volenterosi”, con «uno sforzo che coinvolge diversi ambiti: quello diplomatico, quello securitario, anche umanitario». «Su tutti questi ambiti — dice Giorgia Meloni — l’Italia è pronta a fare la sua parte», previa la «necessaria autorizzazione parlamentare. Ovviamente, l’attenzione di tutti è concentrata soprattutto sulla presenza navale a Hormuz, aspetto irrinunciabile per diversi motivi: per esigenze concrete, come quella di sminamento del tratto di mare intorno a Hormuz, e più in generale per rassicurare l’industria marittima e fornire un quadro di sicurezza per le navi in transito nello Stretto». Roma potrebbe dunque inviare parte della propria flotta dragamine, accompagnata da una scorta militare.
Si prospetta una sorta di continuo della missione Aspides, con il dispiegamento di una forza militare con regole di ingaggio difensive, per rispondere a eventuali attacchi alle navi commerciali e vegliare dunque sulla libertà di navigazione, già garantita con passaggi liberi e gratuiti prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran. Lo ha ricordato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, rispedendo il piano ai mittenti: «La sicurezza dello Stretto è garantita da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra». La prossima settimana, a Londra, una riunione operativa fornirà ulteriori dettagli sulla missione che, a spese dei contribuenti e dell’incolumità del personale militare coinvolto, proverà a rimediare ai danni dell’alleato statunitense. Allo stesso tempo i volenterosi dovranno prestare attenzione a non causarne degli altri.