Come diramato dalle agenzie di stampa nella giornata di lunedì, dopo tre anni e mezzo di indagini la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione del procedimento contro ignoti per le stragi di Capaci e via D’Amelio sul filone “mafia-appalti”. Ma il procuratore Salvatore De Luca, audito ieri in Commissione Antimafia, ha affermato che vi sarebbero plurimi e concreti elementi per sostenere che «la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura causa della strage di via D’Amelio». L’archiviazione, insomma, riguarda solo l’impossibilità di attribuire un nome ai mandanti esterni, non la fondatezza – almeno secondo i pm nisseni – della pista. Che, però, viene fortemente ridimensionata e messa in dubbio dalla stessa storia del dossier da cui ha tratto origine.
La visione della Procura
Secondo la ricostruzione [1] della Procura nissena, l’informativa del Ros del 16 febbraio 1991 avviò un’indagine che, per quanto riguarda i rapporti tra l’imprenditore mafioso Antonino Buscemi e il gruppo Ferruzzi, non fu mai realmente sviluppata. «Dal 1991 al 1995, Buscemi e il gruppo Ferruzzi hanno goduto di impunità totale», ha dichiarato De Luca. La Procura ha ricostruito tre binari investigativi che rimasero separati: il procedimento principale; il fascicolo 3589-91, assegnato dal procuratore Giammanco ai sostituti Natoli e Sciacchitano, originato da una segnalazione del procuratore di Massa Carrara Augusto Lama sui rapporti Buscemi-Ferruzzi, dove secondo i pm le indagini furono solo «apparenti»; il procedimento 1500-93, riaperto da Pignatone nel 1993, dove un errore procedurale avrebbe reso inutilizzabili le prove.
La Procura ha inoltre ricostruito il clima di isolamento che avrebbe colpito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno della Procura di Palermo. Falcone, come emerge dai suoi diari e dalle testimonianze rese al Csm, lasciò Palermo perché «non poteva lavorare come voleva». Borsellino, dopo la strage di Capaci, si trovò spesso scavalcato, e secondo la Procura non fu messo nelle condizioni di seguire il filone “mafia-appalti”. La realtà sembra però essere molto più articolata e problematica.
Quello che non torna
La tesi di chi reputa la «discutibile gestione» del procedimento “mafia-appalti” come la causale primaria della strage di via D’Amelio si fonda sulla premessa che l’inchiesta sia stata chiusa prematuramente pochi giorni prima della morte di Paolo Borsellino. In verità, la storia del rapporto racconta [2] ben altro. Il 13 luglio 1992 i magistrati Scarpinato e Lo Forte firmarono una richiesta di archiviazione, ma limitata ad alcune posizioni residuali per le quali non erano emersi sufficienti indizi di reato, mentre il nucleo centrale dell’inchiesta continuava. E infatti, già nell’ottobre del 1992 – appena tre mesi dopo – la Procura di Palermo, venuta a conoscenza delle dichiarazioni rese dal pentito Li Pera alla DDA di Catania all’insaputa dei magistrati palermitani (davanti ai quali precedentemente non aveva voluto parlare), riaprì le posizioni archiviate e arrestò Claudio De Eccher, Domenico Favro, Giuseppe Lipari e Antonio Buscemi. Nel maggio 1993 furono arrestati l’onorevole Turi Lombardo, l’intera dirigenza della SIRAP e altri 21 soggetti. Nell’ottobre 1993 toccò all’assessore regionale Sciangula, e partirono le richieste di autorizzazione a procedere per i parlamentari Mannino, Nicolosi e Lattanzio. Nel 1997, con le dichiarazioni di Angelo Siino, la Procura di Palermo guidata da Gian Carlo Caselli fece il salto di qualità: il 4 settembre 1997 emise un ordine di custodia cautelare contro Antonino Buscemi e l’intero gruppo direttivo della Ferruzzi, avviando contestualmente misure di prevenzione patrimoniale già iniziate nel 1992. Non si capisce, dunque, quali possano essere gli elementi di connessione tra la storia del dossier e le stragi.
Eppure, il procuratore De Luca lo ha detto chiaramente [3]: «Abbiamo concreti, plurimi e univoci elementi per dire che la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura concausa della strage di Via D’Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci», aggiungendo che tale convinzione «non esclude, anzi postula, che ci possano essere stati interventi esterni». Eppure, dice De Luca, «per quel che riguarda la pista nera, allo stato non ci sono elementi ostensibili di cui parlare, ma l’accertamento di una partecipazione di istituzione deviate o della destra eversiva non riguarderebbe la causale ma eventuali concorrenti esterni, poi si dovrebbe capire la causale di questi interventi esterni», mentre «si può sin d’ora escludere che la trattativa sia stata una delle concause della strage».
Un quadro più ampio
In sintesi, dunque, rimane sullo sfondo l’articolato scenario [4] composto da tutti quegli elementi che – collegando spesso l’intera stagione delle stragi – potrebbero celare verità ben più ampie rispetto al sistema degli appalti. Tra questi, le mire omicidiarie di Cosa Nostra nei confronti degli uomini simbolo della “prima repubblica”, inquadrati come traditori, in vista di una nuova stagione politica, il sicuro o presunto ruolo giocato da membri collegati all’eversione nera dietro gli attentati, la “trattativa” inaugurata dagli ufficiali del ROS con gli uomini di Cosa Nostra tramite l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino dalla primavera-estate del 1992, i nessi tra quell'”invito al dialogo” e le stragi del 1993 e i reali motivi dietro il depistaggio delle indagini sull’omicidio Borsellino, concretizzatosi nel furto dell’agenda rossa dal perimetro della strage di via D’Amelio e nella costruzione del “finto pentito” Vincenzo Scarantino.
«La maggioranza di centrodestra e il procuratore di Caltanissetta De Luca hanno stravolto il ruolo della commissione Antimafia, trasformandola in un luogo in cui svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice e senza le garanzie minime di contraddittorio per indagati che, in totale spregio della presunzione di innocenza, vengono additati alla pubblica opinione come colpevoli di fatti gravissimi, cogliendo l’occasione per tentare di screditare altri magistrati mai indagati che affermano fatti non condivisi da De Luca», ha commentato l’ex magistrato – oggi senatore M5S – Roberto Scarpinato. Quest’ultimo ha aggiunto che il procuratore De Luca, «disapplicando il metodo Falcone-Borsellino, estrapolando la strage di via d’Amelio da quella di Capaci e da quelle successive e elevando al rango di prove mere ipotesi e supposizioni, ha potuto sostenere che la strage di via d’Amelio fu causata dalle indagini su mafia-appalti, in totale dissonanza dalle condanne definitive come regista della strage di via d’Amelio di Giuseppe Graviano, che mai si è occupato di appalti pubblici mentre molto si è occupato degli affari di Silvio Berlusconi».