Péter Magyar è il nuovo primo ministro ungherese, dopo 16 anni di dominio targato Viktor Orbán. Oltre alla folla festante tra le strade della capitale, c’è chi esulta anche in Europa, a partire dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, speranzosa di lasciarsi alle spalle le vecchie tensioni con Budapest e avviare una stretta cooperazione. Incassano il colpo le destre “sovraniste”: in Italia la Lega ringrazia il vecchio alleato Orbán, «vero patriota», e augura «buon lavoro a chi, dopo oltre vent’anni tra i suoi più stretti collaboratori, oggi ha vinto le elezioni». Péter Magyar è stato per anni un ingranaggio del sistema orbaniano, passando all’opposizione soltanto nel 2024. In campagna elettorale ha promesso di combattere la corruzione e ripristinare lo stato di diritto, picconato da Orbán durante i suoi 16 anni di potere. Le ambiguità e le incognite restano, a partire dalle relazioni con l’estero — un tema su cui Magyar ha evitato accuratamente di esporsi nelle ultime settimane.
Programma e riforme
Le ultime elezioni politiche in Ungheria, segnate da un record positivo in termini di affluenza, hanno consegnato [1] una vittoria schiacciante a Péter Magyar. Il suo partito, Tisza, ha conquistato 138 seggi su 199, sopra la soglia dei due terzi (fissata a 133 seggi) cruciale per riformare il Paese. Fidesz, il partito di Orbán fermatosi a 55 seggi, ha infatti aumentato negli anni il “potere” di questa maggioranza qualificata. Le cosiddette leggi cardinali, approvabili soltanto con l’ok dei due terzi del Parlamento, sono state estese a diversi settori sensibili, dal sistema elettorale all’organizzazione della magistratura, passando per la disciplina sugli organi di informazione e le politiche familiari. Tutte materie su cui Fidesz ha imposto strette e controlli, piazzando uomini di fiducia nelle varie diramazioni statali e minando lo stato di diritto. Si pensi [2], ad esempio, alla recente messa al bando delle manifestazioni Lgbtq+ e ai provvedimenti contro le persone con doppia o multipla cittadinanza, considerate potenziali «traditori della nazione».
[3]A fine 2025, il Parlamento europeo aveva lanciato [4] un “allarme sul crescente deterioramento dello stato di diritto” in Ungheria, denunciando “ingerenze nella giustizia, corruzione, uso improprio dei fondi UE e attacchi alla società civile”. Tutti temi su cui Péter Magyar ha incentrato la campagna elettorale, promettendo di ripristinare i diritti violati e intraprendere una lotta serrata alla corruzione di quel regime che per anni ha contribuito a tenere in piedi. Negli ultimi due anni Magyar è infatti passato dall’essere un funzionario governativo, formatosi politicamente sotto l’ala di Orbán, a leader dell’opposizione.
Il partito personale Tisza si è così ritagliato pian piano uno spazio, sfruttando le crepe autocratiche del governo ma senza mai remare contro il forte sentimento nazionalista del Paese. Magyar si è presentato dunque come un’alternativa a destra, descrivendosi come un “conservatore deluso”, un liberale e un europeista, con una posizione ferma sulla sovranità nazionale che passa, ad esempio, sul controllo dei confini — in continuità con l’ex mentore Orbán. Non a caso il primo viaggio istituzionale di Magyar sarà a Varsavia, dal premier polacco Donald Tusk che ha deciso [5] di inasprire i controlli alle frontiere nell’ottica di contrastare l’immigrazione irregolare.
Il nodo esteri
Dopo Varsavia sarà la volta di Bruxelles, come annunciato dallo stesso premier ungherese durante il primo discorso in piazza Batthyany, a Budapest. L’obiettivo sarà ricucire i rapporti sfilacciati dal suo predecessore e sbloccare i fondi europei attualmente congelati. A Bruxelles sono ansiosi di voltare pagina e lasciarsi alle spalle le interlocuzioni con Orbán, che in più occasioni ha posto il veto ai finanziamenti all’Ucraina — ultimo il prestito da 90 miliardi di euro che ora l’UE spera di sbloccare. Se è vero che in queste ore trapela da Budapest un minor ostruzionismo in Europa, è altrettanto vero che restano in piedi ambiguità e incognite, come la posizione di Magyar sugli aiuti militari a Kiev.
«Nessuno in Ungheria vuole un governo filo-ucraino, tutti vogliono un governo filo-ungherese», ha dichiarato [6] Magyar in un’intervista al giornale Népszava. «Le posizioni geografiche della Russia e dell’Ungheria non cambieranno. Anche la nostra dipendenza energetica rimarrà tale ancora per un po’. La diversificazione deve essere rafforzata, ma questo non accadrà dall’oggi al domani», ha aggiunto Magyar, aprendo al proseguo delle relazioni con Mosca. Insomma, se rispetto al suo predecessore cambieranno i toni, la sostanza di “alleato fluido” tra i due blocchi non dovrebbe essere alterata.
Nel suo primo discorso dopo la vittoria alle urne, il leader di Tisza ha detto che l’Ungheria sarà «un alleato forte dell’Unione europea e della NATO». I dissapori tra Orbán e l’UE sono cosa nota, mentre spesso i media mainstream glissano sul ruolo dell’ex premier ungherese all’interno dell’Alleanza Atlantica, ricordandolo principalmente per la sua vicinanza al Cremlino. Lo scorso anno si è tenuta nel Paese la maxi esercitazione Saber Guardian, che ha coinvolto un totale di 3mila soldati provenienti da Ungheria, USA e Spagna. Pochi giorni fa, al culmine della campagna elettorale, il vicepresidente statunitense JD Vance ha fatto visita a Orbán, suggellando la vicinanza dell’amministrazione Trump. Magyar potrebbe dunque continuare lungo questo solco, giocando una partita su più tavoli, ma con toni e compromessi differenti, così da ritrovare una certa stabilità economica con le istituzioni europee.
In materia di esteri resta poi da capire la posizione di Magyar sulla questione palestinese. Il suo predecessore ha intrattenuto ottimi rapporti con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ospitandolo [7] l’anno scorso in violazione di un mandato d’arresto spiccato [8] dalla Corte Penale Internazionale. Allora sulla visita con tutti gli onori riservata a un criminale di guerra, l’Unione europea fece scena muta, sguainando ancora una volta la politica del due pesi e due misure verso i diritti umani.