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“Tortura e genocidio”: Francesca Albanese documenta (di nuovo) i crimini israeliani

Francesca Albanese ha pubblicato un nuovo rapporto sui crimini israeliani in Palestina. Dopo aver svelato gli interessi economici che traggono [1] profitto dal genocidio in corso, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha documentato la tortura sistematica riservata ai palestinesi dal 7 ottobre 2023, sia in carcere che fuori. Pestaggi, violenze sessuali, l’uso della fame come arma, uccisioni di massa: tutto condensato in venti pagine di rapporto, corredato da testimonianze e fonti indirette. “Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio — scrive Francesca Albanese — contro una popolazione in quanto tale e sostenuta attraverso politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida risulta evidente“. Negli ultimi due anni diversi rapporti ONU, l’ultimo [2] a settembre, hanno delineato i contorni della condotta genocida israeliana, finita anche sotto processo [3] alla Corte Internazionale di Giustizia.

“Questo rapporto documenta come la tortura sia diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitta a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi detentivi sia attraverso un’incessante campagna di sfollamenti forzati, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza. Il tutto per infliggere dolore e sofferenza collettivi a lungo termine”. Con queste parole Francesca Albanese apre il rapporto [4] “Tortura e genocidio”, scritto in qualità di relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Non si tratta di violenza accidentale, spiega la giurista italiana, bensì di un’architettura sistematica e coerente con le logiche del colonialismo di insediamento, dunque di espulsione della popolazione autoctona. Negli ultimi anni il numero di colonie illegali ai sensi del diritto internazionale è cresciuto a dismisura in Cisgiordania occupata, superando la quota dei 700mila coloni dislocati in centinaia di insediamenti. Nel pieno del genocidio a Gaza, il governo Netanyahu ha annunciato nuovi progetti coloniali, come il piano E1, che dividerà [5] definitivamente la Cisgiordania in due tronconi, a loro volta ostacolati nella continuità territoriale dalla presenza di altri insediamenti illegali e checkpoint [6] militari.

“L’uso della tortura contro i palestinesi come gruppo” si conferma come “un aspetto strutturale del genocidio in corso e del regime di apartheid israeliano”. Per tortura si intende “l’inflizione intenzionale di dolore o sofferenza, fisici o mentali, per scopi quali intimidazione e coercizione o per qualsiasi motivo basato sulla discriminazione”. Nonostante i tentativi di Tel Aviv di boicottare il suo lavoro, Francesca Albanese ha raccolto oltre 300 testimonianze, tra incontri telematici coi sopravvissuti e fonti indirette, quali rapporti indipendenti, relazioni ONU, dichiarazioni dei ministri israeliani e denunce delle ong. “La tortura — scrive Albanese — è sempre stata una caratteristica centrale dell’espropriazione dei palestinesi da parte di Israele. Tuttavia, dall’ottobre 2023, Israele lo ha utilizzato su una scala che suggerisce vendetta collettiva e intenti distruttivi“. A partire dalle carceri, dove il colono nonché ministro Itamar Ben-Gvir ha istituzionalizzato una vera e propria “politica del degrado”, tra pestaggi, detenuti incappucciati e costretti a terra, privazione [7] della luce e del sonno, letti di ferro. A ciò si aggiungono gli innumerevoli casi di violenze sessuali [8]e lo spettro della pena di morte, il cui iter legislativo procede [9] spedito al parlamento israeliano.

La tortura israeliana verso i palestinesi non si limita ai centri detentivi. Come si legge nell’ultimo rapporto ONU, “a causa dell’impatto cumulativo di sfollamenti di massa, assedi, negazione [10] di aiuti e cibo, violenza dei soldati e dei coloni senza freni, sorveglianza e terrore pervasivi, il territorio palestinese occupato è diventato uno spazio di punizione collettiva“. Qui “la violenza genocida ha conseguenze mentali e fisiche a lungo termine per la popolazione occupata”, sottolinea la relatrice speciale delle Nazioni Unite, inquadrando le politiche israeliane nel progetto di una nuova Nakba, dunque l’esodo forzato del popolo palestinese.

In un passaggio importante del suo rapporto, Francesca Albanese riconosce la sumud dei palestinesi, ovvero la capacità di resistere ai crimini israeliani con dignità e fermezza, frapponendosi con la vita alla conquista totale della propria terra. La tortura praticata sistematicamente da Israele punta a spezzare questa resistenza, come lasciato intendere dal colono-ministro delle Finanze Bezalel Smotrich durante il genocidio nella Striscia di Gaza: «Saranno totalmente disperati, capiranno che non c’è speranza né nulla da cercare a Gaza e cercheranno un trasferimento per iniziare una nuova vita in altri luoghi».

Richiamando le precedenti 58 raccomandazioni, la relatrice speciale dell’ONU si rivolge innanzitutto a Israele, che “dovrebbe immediatamente cessare tutti gli atti di tortura e maltrattamenti nei confronti del popolo palestinese come parte del genocidio in corso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid che tanto la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) quanto l’Assemblea generale ONU ritengono violare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione“. Si chiede poi l’accesso, ad oggi negato [11], agli esperti indipendenti delle Nazioni Unite per condurre indagini approfondite sui crimini commessi. Conscia dei muri istituzionali eretti da Israele, sfociati [12] in duri attacchi e persecuzioni perpetrati con l’alleato americano, Francesca Albanese si rivolge poi ai Paesi membri dell’ONU. L’obiettivo è fare pressione su Tel Aviv, affinché si allinei al diritto internazionale. Si tratta d’altronde di un obbligo previsto da quest’ultimo, per evitare complicità perseguibili legalmente, come ricordato dalla CIG durante il processo a Israele.

Alla fine del suo rapporto Francesca Albanese si rivolge all’altro organo giudiziario internazionale, la Corte Penale (CPI), chiedendo di spiccare mandati di arresto nei confronti dei ministri israeliani Ben-Gvir, Katz e Smotrich. A fine 2024 la CPI aveva ordinato [13] l’arresto del premier Benjamin Netanyahu e del ministro Gallant, non trovando alcuna collaborazione tra i 120 Paesi membri. Italia inclusa, che ha permesso a Netanyahu di sorvolare [14] i propri cieli per raggiungere Washington. D’altronde nell’attuale fase di crisi, come ricordato [15] dal capo della Farnesina Antonio Tajani, il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.