Nonostante continui a sostenere di avere annichilito flotta e capacità belliche di Teheran, Trump sembra avere fatto esplodere un conflitto da cui non sa più come uscire. Entrato nella terza settimana di guerra, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato diffusi appelli per formare una “Coalizione Hormuz” con lo scopo di scortare le navi dallo Stretto centrale nel traffico marittimo di idrocarburi, chiedendo aiuto a Paesi amici e nemici. Se la NATO non partecipa andrà incontro a «un futuro molto negativo», gli Stati che acquistano il proprio petrolio dal Golfo Persico «devono occuparsi del passaggio», e le potenze che hanno interessi nella zona, «si spera», aderiranno all’iniziativa. Sfortunatamente per Trump, la chiamata alle armi non è andata come sperava: gli alleati statunitensi nella regione dell’Indopacifico hanno rifiutato la proposta, mentre dai rappresentanti europei di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna si è sollevato un coro di voci contro l’iniziativa, bocciata anche dai rappresentanti diplomatici dell’UE e dalla stessa Italia.
L’annuncio della formazione della Coalizione Hormuz è arrivato ieri, 16 marzo. In un post [1] sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato senza mezzi termini che «molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro», salvo poi ritrattare qualche riga dopo scrivendo che «si spera» che i Paesi più colpiti dal blocco iraniano collaborino con Washington. Gli Stati individuati da Trump sono quelli con maggiori interessi – economici e politici – in Asia Occidentale: si tratta di Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito e Cina, rivale degli USA nella corsa al primato economico globale. Nel corso della giornata Trump è stato scostante e contraddittorio: ha prima detto di avere chiesto a sette Paesi di partecipare alla Coalizione Hormuz, per poi lanciare appelli diretti e indiretti ai membri della NATO e agli alleati europei.
In ogni caso, l’appello ha collezionato rifiuti: la Cina [2], come prevedibile, ha rilasciato una dichiarazione in cui «esorta nuovamente tutte le parti a interrompere immediatamente le operazioni militari e ad evitare un’ulteriore escalation delle tensioni, al fine di impedire che l’instabilità regionale abbia un impatto ancora maggiore sull’economia globale»; a rilasciare tali dichiarazioni è stato il ministro degli Esteri di Pechino, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del Paese nella Coalizione Hormuz. Col passare delle ore, sono arrivati i rifiuti di Australia e Giappone, tra i principali alleati degli USA nell’Indopacifico, e sono iniziate a farsi sentire le voci degli europei. Nelle sue prime dichiarazioni, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Kaja Kallas, è rimasta sul vago, sostenendo che avrebbe parlato coi Paesi di un possibile ampliamento delle missioni Aspides [3] e Atalanta attive rispettivamente sul Mar Rosso – per contrastare il passato blocco dello Stretto di Bab el Mandeb imposto dalla milizia yemenita Ansar Allah, meglio nota con il nome di Houthi, in supporto al popolo palestinese e contro il genocidio – e contro il fenomeno della pirateria lungo le coste della Somalia. A tal proposito, il ministro degli Esteri italiano Tajani ha affermato che l’Italia appoggerebbe una estensione delle missioni attive, ma che queste non potrebbero arrivare a toccare lo Stretto di Hormuz.
Altri leader europei hanno sin da subito condannato l’iniziativa di Trump. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che non invierà navi sullo Stretto e che la questione di Hormuz non può coinvolgere la NATO, che – almeno in teoria – sarebbe un’alleanza di tipo difensivo, non offensivo. Il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentante di uno dei Paesi europei con più interessi nell’Asia Occidentale, si è mostrato dai primi momenti scettico, per poi cassare la missione. Analoghi rifiuti sono arrivati dal premier britannico Keir Starmer, anch’egli alla guida di un Paese dagli ampi interessi nella regione, e dal gabinetto estero della Spagna. Nel pomeriggio, la stessa Kallas ha affermato che lo Stretto di Hormuz è fuori dalle competenze della NATO. Dopo una sequela di due di picche, Trump è corso ai ripari, dichiarando che «numerosi Paesi mi hanno detto che potrebbero partecipare. Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no», senza tuttavia specificare chi avrebbe aderito all’iniziativa.
Le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz [4] risultano cruciali nel traffico mondiale di idrocarburi. Dal passaggio, l’unico sbocco sul mare per la maggior parte dei Paesi del Golfo, transita circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. L’Alta Rappresentante Kallas ha affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres per trovare modi alternativi per garantire il flusso di barili da Hormuz, avanzando l’ipotesi di una soluzione analoga a quella presa nel 2022 con la cosiddetta “Black Sea initiative”, in Italia nota come “accordo sul grano”, l’intesa siglata tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano dai tre porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny per stabilizzare i prezzi. In ogni caso, i Paesi europei, compresi quelli più coinvolti come la Francia, che ha inviato molteplici risorse belliche nella regione, non paiono intenzionati a entrare in guerra. Gli appelli di Trump davanti a un tale numero di rifiuti, in questo, paiono – almeno per il momento – confermare i dubbi [5] che molti commentatori statunitensi esprimono sin dall’inizio del conflitto, ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.