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L’ex Ilva uccide: attivisti ambientali denunciano i vertici e il ministro Urso

Una denuncia penale contro i gestori dell’ex Ilva di Taranto, i commissari straordinari e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è stata depositata nella giornata di ieri alla polizia. A presentarla sono stati Luciano Manna per VeraLeaks, Carla Luccarelli per l’associazione Giorgioforever e Lucia Minerba per Giustizia per Taranto, che chiedono alla magistratura di accertare le responsabilità legate alla gestione dello stabilimento siderurgico. Al centro dell’esposto, l’incidente mortale che ha coinvolto l’operaio Loris Costantino, le emissioni inquinanti registrate a febbraio dagli altiforni e i dati allarmanti sulla presenza di diossina nel Mar Piccolo, documentati dalle analisi dell’ASL.

La lunga giornata di mobilitazione è iniziata con l’incontro tra gli attivisti e il sindaco Piero Bitetti, a cui sono stati spiegati i dettagli dell’iniziativa. In seguito, accompagnati da numerosi concittadini e dai consiglieri comunali Antonio Lenti (Avs), Luca Contrario (Pd) e Gregorio Stano (M5S), i proponenti hanno raggiunto la Prefettura, chiedendo di essere ricevuti dal prefetto. Infine, l’esposto è stato ufficialmente depositato [1] presso gli uffici del Commissariato Borgo, chiamato a trasmetterlo alla Procura della Repubblica di Taranto. Nei vari passaggi che hanno segnato il percorso della denuncia, i manifestanti hanno esposto un lenzuolo nero e vari cartelli ritraenti i volti degli undici operai deceduti nello stabilimento dal 2012.

Uno degli elementi centrali della denuncia concerne l’incidente avvenuto nell’impianto di agglomerato che solo pochi giorni fa ha causato la morte di Loris Costantino, lavoratore della ditta d’appalto Gea Power. Gli attivisti hanno allegato all’esposto fotografie e video degli impianti, già presentati in passato, chiedendo alla magistratura di chiarire le ragioni per cui, nonostante le numerose segnalazioni effettuate, non siano state adottate misure preventive. «Abbiamo chiesto alla Procura perché, nonostante le denunce degli anni scorsi, nessuno abbia evitato altre morti e ulteriori danni ambientali», si legge nella nota diffusa dai promotori, che richiamano anche il decesso di Claudio Salamida, avvenuto poco più di un mese fa secondo dinamiche analoghe. L’esposto si concentra anche sugli episodi emissivi registrati nel mese di febbraio, con particolare riferimento agli altoforni 2 e 4. Gli attivisti hanno infatti consegnato agli inquirenti corposa documentazione, con anche una serie di comunicazioni sindacali che avrebbero segnalato all’azienda tali fenomeni, ritenuti gravemente dannosi per aria, suolo e acqua. «Queste emissioni nocive incidono in maniera grave sulle matrici ambientali», hanno affermato i firmatari.

All’interno della denuncia, inoltre, vi è la recente sentenza del Tribunale civile di Milano, che, su richiesta dei residenti del Comune di Taranto, ha ordinato la “sospensione” dal 24 agosto della “attività produttiva dell’area a caldo” dell’ex Ilva. Il documento richiama anche la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del gennaio 2019, che ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla vita, il processo “Ambiente Svenduto” e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea nel 2013. All’esposto sono inoltre state allegate le analisi svolte dall’Asl di Taranto nel Mar Piccolo, relative agli anni 2024 e 2025, ove sarebbero riscontrati valori di diossina e PCB oltre i limiti consentiti. «Abbiamo mantenuto alta l’attenzione su questo temutissimo inquinante anche quando sembrava scomparso dal dibattito ambientalista», sostengono i denuncianti, evidenziando come la finalità primaria dell’iniziativa sia quella di chiedere un approfondimento complessivo sulla gestione dello stabilimento e sulle responsabilità connesse agli incidenti e alle emissioni.

A inizio febbraio, la Commissione Europea ha dato il via libera [2] all’erogazione del prestito ponte da 390 milioni di euro previsto dal piano dell’esecutivo sull’ex Ilva. Tale somma serve a garantire l’operatività dell’azienda, a finanziare i costi operativi correnti e a coprirne il fabbisogno di liquidità prima del termine della gara d’appalto per la sua vendita, attualmente in corso. Nel frattempo, nelle scorse settimane è stato riattivato l’altoforno 2 nello stabilimento di Taranto, fermo da circa due anni a causa di lavori di manutenzione. Negli ultimi mesi era rimasto operativo soltanto l’altoforno 4 su quattro disponibili, il che aveva portato a un significativo ridimensionamento della produzione e alla cassa integrazione per oltre 4.500 lavoratori. L’altoforno 1 rimane sotto sequestro da parte della Procura in seguito a un incendio verificatosi la scorsa primavera, mentre il numero 3 è stato demolito.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.