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Migranti, illegittimo il fermo della Sea Watch di Carola Rackete: governo condannato

Il tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila euro, più 14mila per spese legali, la ong tedesca Sea-Watch per il fermo illegittimo della nave Sea-Watch 3, che nel giugno 2019 forzò il blocco navale imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per far sbarcare a Lampedusa 40 migranti. Alla guida dell’imbarcazione c’era la comandante tedesca Carola Rackete. La vicenda, che portò al suo arresto e a un’inchiesta poi archiviata, è stata segnata da un lungo iter giudiziario: il tribunale civile ha ora stabilito che il prefetto di Agrigento, non rispondendo alla richiesta di revoca del fermo, ha di fatto reso illegittima la detenzione della nave, protrattasi da luglio a dicembre 2019.

La complessa vicenda giudiziaria affonda le radici nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2019, quando Carola Rackete, alla guida della Sea-Watch 3 con a bordo 53 migranti soccorsi al largo della Libia e bloccati in mare per due settimane, decise di forzare il blocco navale e attraccare nel porto di Lampedusa. Ne seguirono l’arresto per resistenza a nave da guerra e il sequestro dell’imbarcazione. Se il procedimento penale sfociò dapprima nel suo proscioglimento [1] davanti al gip di Agrigento, concludendosi con un’assoluzione definitiva in – che riconobbe la legittimità della sua azione in quanto «adempimento di un dovere» – la battaglia legale si è poi spostata sul piano amministrativo. Dopo il dissequestro penale, la nave rimase ferma a Licata per ordine della prefettura di Agrigento. L’ong presentò opposizione, ma il prefetto non rispose mai entro i dieci giorni previsti dalla legge, facendo così scattare il principio del silenzio assenso che avrebbe dovuto determinare la liberazione immediata del mezzo. Solo il ricorso al tribunale di Palermo, a dicembre, permise alla Sea-Watch 3 di salpare. A distanza di anni, ora la pronuncia di primo grado ha quantificato il danno subito dall’organizzazione per quei mesi di fermo illegittimo, riconoscendo il rimborso delle spese patrimoniali documentate tra ottobre e dicembre 2019: spese portuali, di agenzia, carburante per mantenere la nave in efficienza e le spese legali. Il giudice non ha invece concesso il risarcimento per il danno extrapatrimoniale.

La decisione ha scatenato l’ira della maggioranza, che ha subito reagito in maniera molto piccata. La premier Giorgia Meloni ha attaccato duramente la magistratura in un video diffuso sui social, accostando [2] il verdetto sulla Sea-Watch 3 alla recente sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire un migrante trasferito illegalmente in Albania. «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole». Puntando con tutta evidenza a scaldare gli animi dell’opinione pubblica in vista del referendum di marzo sulla riforma della magistratura, Meloni ha aggiunto: «Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?». E ancora: «Qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione illegale di massa, che qualunque legge si faccia una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». Sono arrivate anche le parole del vicepremier leghista Matteo Salvini, il quale ha parlato di un «pregiudizio politico da parte di alcuni giudici che si trasforma in azione contro l’Italia e contro gli italiani».

A replicare al messaggio di Giorgia Meloni è stato subito Piergiorgio Morosini, presidente del tribunale di Palermo, che ha definito la pronuncia sulla Sea-Watch «una sentenza emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti». «Come ogni decisione è impugnabile – ha evidenziato Morosini –. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino». Si tratta, dunque, dell’ennesimo tassello dello scontro politico-istituzionale che continua a spaccare in due il nostro Paese sul tema dei migranti e del soccorso in mare. Certo è che, nelle settimane che precedono l’appuntamento referendario, si è intensificata una strategia molto chiara da parte degli esponenti della maggioranza: enfatizzare la portata di notizie di cronaca che nulla hanno a che fare con i contenuti del referendum per cercare di portare dalla loro parte la partita contro una presunta “magistratura politicizzata”. Il No, infatti, sta vedendo nell’ultima fase un significativo recupero nei sondaggi.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.