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Sorvegliare e punire: il decreto Piantedosi ristruttura gli stadi in vista di Euro 2032

L’ultimo decreto proveniente dal Viminale ha definito i criteri tecnici che gli stadi candidati a ospitare gli Europei di calcio del 2032 dovranno seguire in materia di sicurezza. Il ministero guidato da Piantedosi ha messo nero su bianco il calcio del futuro, prevedendo: sorveglianza dei tifosi durante la partita; telecamere su ciascun tornello (con tanto di riconoscimento facciale); settori ridotti a un massimo di 10mila spettatori. Gli stadi dovranno essere adeguati entro ottobre; ai prefetti la facoltà di estendere la misura anche agli impianti non coinvolti nella competizione del 2032. Così la nuova veste degli stadi italiani prende forma, assumendo i contorni della storica stretta repressiva mossa [1] dalle istituzioni contro il mondo del tifo.

L’Italia, insieme alla Turchia, ospiterà la 19ª edizione degli Europei di calcio. A ottobre saranno resi noti i 5 stadi dove verrà disputata la parte italiana del torneo. A giocarsi un posto sono il San Siro di Milano, l’Olimpico di Roma, il San Nicola di Bari, il Diego Armando Maradona di Napoli e lo Juventus Stadium di Torino. A questi si aggiungono l’Artemio Franchi di Firenze, il Ferraris di Genova, il Bentegodi di Verona, il Dall’Ara di Bologna e il Sant’Elia di Cagliari. Tutti e dieci gli impianti sportivi dovranno, entro ottobre, adeguarsi alle linee guida di Piantedosi che hanno dato seguito al decreto Sport approvato ad agosto. Quest’ultimo delegava proprio al Viminale la stesura di un apposito decreto in materia di “sicurezza, accessibilità ed esercizio degli impianti sportivi” candidati a ospitare Euro 2032.

Le linee guida di Piantedosi, visionate in anteprima dal Messaggero [2], prevedono l’installazione di un impianto di videosorveglianza a circuito chiuso per osservare i vari settori nonché le aree intorno allo stadio. Il sistema dovrà reggersi sul riconoscimento facciale, anche per le gare notturne, affiancato da telecamere su tutti i tornelli. Previste limitazioni anche per la capienza degli impianti: non ci potranno essere più di 10mila tifosi per settore. Spazio dunque a barriere divisorie e spacchettamenti, con gli obiettivi dichiarati dell’”accessibilità” e del “comfort”.

La nuova veste degli stadi italiani si inserisce in un filone repressivo più ampio, trasversale ai governi degli ultimi 40 anni. Un periodo che ha visto la messa a punto di punizioni collettive, a partire dal DASPO di gruppo. Di recente è tornato a parlarne il ministro Salvini, alleato di governo di Piantedosi, dicendosi «mai a favore di interventi punitivi di gruppo a fronte di crimini dei singoli». Il riferimento è al blocco delle trasferte disposto pochi giorni fa dal Viminale per i tifosi di Roma e Fiorentina per tutto il resto della stagione, a seguito degli scontri avvenuti tra decine di sostenitori viola e giallorossi sull’autostrada A1.

[3]
Striscione degli ultras della Cavese per Stefano Cucchi, 26 ottobre 2024.

Negli anni, la repressione statale ha alzato il tiro, colpendo il dissenso sociale (si pensi ad esempio alla multa comminata [4] agli ultras della Cavese per aver ricordato Stefano Cucchi allo stadio) e indebolendo [5] i rapporti tra società e tifosi, come successo [5] di recente col caso Cossu. Il teorema che ne emerge viene percepito come un accanimento verso il mondo ultras, bollato sotto l’etichetta criminale e trasformato in laboratorio di misure repressive da estendere poi alla società intera. Il sentimento è rafforzato dalla condotta istituzionale verso altri fenomeni sociali, a partire dall’abrogazione [6] dell’abuso di ufficio voluta fortemente dal governo Meloni. La norma abrogata puniva i pubblici ufficiali che si arricchivano attraverso la violazione consapevole di leggi e regolamenti.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale. Ha vinto il concorso giovanile Marudo X: i buoni perché della politica.