Domenica gli ambasciatori dei 27 Paesi dell’UE si sono riuniti attorno a un tavolo per una riunione d’emergenza, dopo l’ultima mossa di Donald Trump, che ha rilanciato l’offensiva sulla Groenlandia e minacciato nuovi dazi contro i Paesi europei contrari alla sua strategia. Il presidente francese Emmanuel Macron chiede di attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE. L’Italia si defila, Berlino frena e avvia il ritiro dei propri militari dall’isola artica. Per l’UE, che si trova al crocevia di una crisi senza precedenti, è una prova di sovranità: reagire alle minacce di Washington o accettare che un alleato NATO ricatti l’Europa su un suo territorio, rischiando di far implodere l’Alleanza.
La tensione si è aggravata dall’annuncio di Trump di imporre dal 1° febbraio dazi progressivi dal 10% fino al 25% sulle merci di otto Paesi europei, se la Danimarca non aprirà alla cessione della Groenlandia agli americani. Il presidente americano ha scritto [1] al primo ministro norvegese che, «non avendo ottenuto il Nobel per la Pace», ora si concentrerà sugli «interessi degli USA» e punta alla Groenlandia, mettendo in dubbio il diritto danese sull’isola. La risposta europea è stata immediata, quanto disordinata: la Commissione guidata da Ursula von der Leyen – che aveva risposto [2] timidamente su X alle minacce di Trump – ha ribadito la propria solidarietà a Copenaghen e ha indetto una riunione straordinaria degli ambasciatori UE, durata tre ore, per decidere la linea comune, a cui sono seguiti poi colloqui telefonici tra Trump, il segretario NATO Mark Rutte e il premier del Regno Unito Keir Starmer. In una dichiarazione [3] congiunta, gli otto Paesi sottoposti a sanzioni commerciali hanno affermato che «Le minacce di dazi minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente». Hanno inoltre ribadito la loro “piena solidarietà” alla Danimarca e hanno raddoppiato gli sforzi per rafforzare la sicurezza nell’Artico, affermando che una missione di esplorazione congiunta delle forze europee, «non rappresenta una minaccia per nessuno».
Le capitali UE valutano contromisure senza precedenti contro Washington: dazi fino a 93 miliardi di euro o restrizioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Secondo il Financial Times [4] le opzioni sono state preparate per rafforzare la posizione europea nei colloqui con il presidente USA al World Economic Forum di Davos [5]. Qui, però, emergono le crepe europee che evidenziano come l’Unione sia, di fatto, una somma di interessi nazionali. Parigi [6] spinge per attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE creato nel 2023 contro le pressioni esterne. Può colpire beni, servizi e Big Tech, fino a limitare l’accesso al mercato unico. Finora mai attivato, rappresenta un deterrente teorico, ma rimane una scelta dall’impatto potenzialmente devastante per entrambe le sponde dell’Atlantico. Altri partner, in primis Berlino, frenano. La Germania ha già ritirato [7] dopo soli due giorni, ufficialmente per il maltempo, i propri soldati dall’isola artica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha escluso un coinvolgimento italiano nella missione congiunta nell’Artico e ha mantenuto una posizione defilata sul dossier Groenlandia, ha definito “un errore [8]” le sanzioni imposte dalla Casa Bianca: per la premier si tratterebbe di un problema di cattiva comunicazione all’interno della NATO.
L’escalation in corso incrina la linea di pacificazione verso Trump seguita finora da Bruxelles e dai Ventisette e misura la stabilità e la coesione non solo all’interno della NATO, ma all’interno dell’UE stessa. L’accordo [9] dell’estate scorsa, che portò i dazi sui prodotti europei al 15% azzerando quelli sui beni industriali americani, doveva garantire stabilità e sostegno USA sull’Ucraina. Fu, invece, percepito come un atto di debolezza: Mario Draghi parlò di “umiliazione”, sostenendo che l’Europa ne fosse uscita più fragile. La Commissione lo difese come prezzo necessario per la sicurezza globale e come fattore di chiarezza per le imprese. Le nuove minacce mostrano però che quella linea non ha prodotto né distensione né certezze. La resa politica di von der Leyen ha aperto la strada al neo-imperialismo trumpiano, generando un paradosso inedito: un membro della NATO, gli Stati Uniti, usa la pressione economica contro altri alleati per rivendicare un territorio che nessuno ha messo in vendita. Per l’UE la posta è esistenziale: subire equivale a certificare la propria irrilevanza, reagire significa accettare l’ingresso in una fase apertamente conflittuale. Attivare il “bazooka” aprirebbe, infatti, uno scontro con Washington; non farlo direbbe al mondo che l’Europa è permeabile alla pressione, anche quando riguarda un suo territorio. La crisi groenlandese smaschera i limiti strutturali dell’Unione, rivelando un’Europa sospesa tra dipendenza strategica dagli Stati Uniti e aspirazione all’autonomia, ma incapace di reagire in modo rapido e unitario alle pressioni esterne. La politica estera comune resta fragile, perché priva di un vero centro di gravità. Ogni capitale calibra la risposta in base al proprio legame con Washington, e il risultato è sempre lo stesso: la paralisi.