Il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo 2026 la data del referendum sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, ignorando la prassi che richiede di attendere la fine del periodo di raccolta firme prevista per il 30 gennaio e i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale. La scelta, confermata dalla premier Giorgia Meloni, arriva nonostante siano già state raccolte dall’iniziativa popolare oltre 350mila firme per chiedere il referendum contro la riforma costituzionale. Il governo punta a forzare i tempi per capitalizzare un vantaggio dei sì nei sondaggi. Il Comitato per il No, promotore della raccolta firme, annuncia ricorso al TAR del Lazio e, intanto, ha scritto al Colle, appellandosi al presidente Sergio Mattarella.
La pluralità di interpretazioni giuridiche sulle tempistiche e l’attesa per la conclusione della raccolta firme hanno acceso lo scontro politico. La riforma [1], già approvata dal Parlamento, modifica il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti e prevede la revisione dell’organizzazione del Consiglio superiore della magistratura. La scelta di anticipare la data in pieno marzo, includendo anche le elezioni suppletive in Veneto, è stata giustificata dall’esecutivo come una normale applicazione delle norme che prevedono di stabilire la data entro un termine perentorio (generalmente tra 50 e 70 giorni) dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale e dall’ammissione del quesito. Considerando le festività di Pasqua, se l’esecutivo non avesse anticipato la data con un blitz, non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Il Comitato per il No, un gruppo di 15 giuristi capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, critica l’esecutivo per aver voluto “forzare i tempi”: fissare la data prima della fine della raccolta firme non solo disattende la prassi costituzionale, ma lesiona diritti fondamentali di partecipazione democratica. La legge sui referendum costituzionali prevede, infatti, che chi ha raccolto almeno 500.000 firme, o altri organi istituzionali, possa chiedere la consultazione popolare. A oggi, per raggiungere l’obiettivo c’è tempo fino al 30 gennaio e la raccolta [2] ha superato quota 350mila sottoscrizioni. L’avvocato Piero Adami, che sta seguendo il ricorso al TAR, ha osservato che la campagna popolare rischia di essere “svuotata”, perché finché la raccolta non è formalmente conclusa e depositata presso la Corte di Cassazione, i promotori non possono nemmeno avviare attività pubbliche di campagna come previsto dalla legge. Critico anche l’avvocato Guglielmi [3], che ha dichiarato che «Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione», arrivando al punto da «sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato», deprecando le esternazioni alla stampa del ministro al PNRR Tommaso Foti [4], che ha ironizzato sull’ipotesi del ricorso al TAR e alla domanda su cosa succederebbe se il ricorso fosse accolto, ha risposto: «Se mio nonno fosse un treno…».
La vicenda potrebbe arrivare davanti alla Corte costituzionale se i ricorsi dovessero superare i primi gradi di giudizio. Dal Quirinale è arrivato il messaggio che Mattarella non si opporrà alla scelta del governo, pur segnalando il pericolo di un possibile stallo giudiziario. La decisione di fissare il referendum in anticipo ha subito diviso il quadro politico italiano. Secondo alcuni analisti, la decisione di forzare i tempi è legata a una componente strategica: si tratta di un referendum che prescinde dal quorum e i sondaggi interni suggeriscono che la proposta di riforma, al momento, avrebbe un vantaggio a favore del Sì. In questo modo, affrettare la data di voto potrebbe favorire questo risultato. Il fronte del No insiste sulla raccolta firme perché ritiene che il tempo giochi a suo favore: i sondaggi mostrano negli ultimi giorni una riduzione del fronte del sì e anche poche settimane in più potrebbero essere decisive. Al di là della questione procedurale, il tema di fondo è la percezione diffusa che l’esecutivo stia comprimendo gli spazi di partecipazione popolare in vista dell’appuntamento referendario. Per questo, l’avvocato Guglielmi precisa che «la raccolta delle firme non solo ovviamente continua, ma ciò che è accaduto oggi è l’ulteriore e definitivo motivo per cui occorre firmare e far firmare».