L’Autorità garante per le comunicazioni (AGCOM) ha inflitto nei giorni scorsi una multa da 14 milioni di euro a Cloudflare per non aver eseguito il blocco degli indirizzi web segnalati nell’ambito delle attività contro la pirateria di film, serie TV ed eventi sportivi. La reazione del co‑fondatore e CEO Matthew Prince è stata immediata: ha denunciato pubblicamente la decisione definendola una forma di censura e ha minacciato di ritirare i servizi dell’azienda dal mercato italiano, compresi quelli di sicurezza informatica previsti per le Olimpiadi invernali di Milano‑Cortina.
La sanzione [1]deriva dal mancato rispetto, da parte di Cloudflare, degli obblighi imposti dal controverso Piracy Shield, il sistema “anti‑pezzotto” criticato da anni per i suoi costi elevati [2], l’efficacia limitata e la tendenza a causare vittime collaterali. Prince, però, non contesta tanto gli aspetti tecnici della piattaforma adottata da AGCOM, quanto piuttosto il quadro politico e istituzionale che la sostiene. E lo fa ricorrendo a una retorica che richiama apertamente le narrazioni vittimiste padroneggiate dai movimenti alt‑right statunitensi.
Il dirigente ha dato sfogo alla sua strategia comunicativa in un lungo post su X [3], lasciando intendere fin dall’inizio che non avrebbe affatto adottato toni concilianti. Prince ha infatti evocato la presunta esistenza di una “cabala oscura di élite mediatiche europee” che, a suo dire, eserciterebbero forme di censura contro tutto ciò che “ritiene contrario ai propri interessi”. Una forma di oscurantismo “DISGUSTOSO” che, per come è strutturata, finisce per colpire l’intera infrastruttura di internet, senza tenere conto dei confini nazionali.
L’uomo annuncia quindi l’intenzione di presentare ricorso, non tanto per il bene dell’azienda, bensì per difendere i “valori democratici”. Un percorso che, con ogni probabilità, richiederà tempi lunghi. Nel frattempo, però, Cloudflare minaccia conseguenze immediate, articolate in quattro possibili azioni:
- La sospensione del servizio di cybersicurezza “pro bono” erogato alle Olimpiadi di Milano-Cortina;
- La sospensione dei servizi gratuiti di cybersicurezza forniti correntemente agli utenti italiani;
- L’eliminazione di ogni server presente sul territorio italiano;
- La rinuncia a ogni progetto di investimento interno ai confini nazionali.
La promessa ricattatoria di abbandonare i Paesi che introducono norme sgradite agli interessi aziendali rientra nel repertorio più elementare delle Big Tech e nella maggior parte dei casi si rivela un bluff privo di reale fondamento. Prince, però, sceglie di colpire un nervo scoperto quando sostiene esplicitamente di voler creare difficoltà alle Olimpiadi, arrivando a interfacciarsi direttamente con il Comitato Olimpico Internazionale. L’evento, già di per sé gravato da contestazioni, ritardi [4] e potenziali abusi [5] di varia natura, non può permettersi ulteriori complicazioni: è quindi plausibile immaginare che il Governo non sarebbe affatto disposto a rimettere mano all’intera infrastruttura informatica a meno di un mese dall’avvio delle competizioni. Il Senatore Claudio Borghi (Lega), si è per esempio già detto pronto [6] a verificare con l’AGCOM eventuali “malintesi” così da evitare “casini inutili”.
Il CEO prosegue il suo post lodando le posizioni di Elon Musk, proprietario della piattaforma social, uomo vicino all’establishment e imprenditore che, facendo leva proprio sulla necessità di “proteggere la libertà di parola”, da tempo muove guerra [7] contro le leggi europee che minano lo strapotere delle Big Tech. Non manca poi un richiamo diretto all’Amministrazione Trump, con Prince che sostiene di voler incontrare prossimamente i politici USA, il particolare JD Vance, il quale, taggato, viene celebrato per aver “assunto un ruolo di leadership nel riconoscere come questo tipo di regolamentazioni rappresentino fondamentalmente una forma di concorrenza sleale che mette a rischio i valori democratici”. Il tutto viene coronato da un’immagine prodotta attraverso la GenAI in cui l’azienda si autodipinge come la paladina dell’internet libero che deve lottare contro gli orribili burocrati di Roma.
Basta un minimo di consapevolezza politica e storica per rendersi conto che le argomentazioni ideologiche del suo sfogo siano, nel migliore dei casi, contraddittorie e basate su assunti pregni di ipocrisia. Tralasciando il fatto che gli Stati Uniti hanno recentemente condotto un’operazione militare [8] per catturare una figura politica in violazione di qualsiasi norma, internazionale e non, non serve nemmeno andare troppo indietro nel tempo per ricordare che, proprio in nome della lotta alla pirateria, l’FBI fece chiudere [9] i portali Megavideo e Megaupload, di base a Hong Kong. Queste contraddizioni contano poco, però, in un contesto in cui gli USA hanno ormai rinunciato a qualsiasi pretesto narrativo, imponendo la propria volontà in modo sempre più esplicito attraverso l’uso della forza, economica e militare.