Da oltre trent’anni i cittadini della Val di Susa manifestano contro la TAV. Da oltre trent’anni i media si accorgono di loro solo se fanno casino. Se manifestano pacificamente sono fantasmi: possono essere in centomila ma nessuno ne parla. Se provano a sabotare i cantieri ecco che la politica e i media mainstream si scatenano tuonando in coro che sono un branco di violenti, black bloc e terroristi. Un circo sempre uguale a sé stesso, messo in scena da tre decenni con un unico obiettivo: non parlare mai del merito della questione, ma dividere il pubblico in tifoserie. Tra chi sta “con lo Stato” e chi “con i violenti”. Il tutto rigorosamente senza porsi l’unica domanda che conta: è realmente necessario devastare una valle, passare sopra al volere dei suoi abitanti e spendere 11 miliardi di euro pubblici (che in Italia diventano sempre il doppio) per costruire un nuovo tunnel ferroviario?
[1]Quella della TAV Torino-Lione è una storia paradossale anche per un Paese assurdo come l’Italia. L’unico caso di infrastruttura definita urgente e indifferibile da più di trent’anni, talmente urgente che ancora non ne hanno scavato un metro. Era il 15 ottobre del 1991 quando il quotidiano della borghesia torinese, La Stampa, pubblicava un articolo nel quale certificava che entro il 1997 l’attuale linea ferroviaria sarebbe diventata insufficiente. (Piccolo inciso necessario: forse non tutti sanno che, in effetti, una linea ferroviaria tra Torino e Lione già esiste, è perfettamente funzionante, ed è stata anche ammodernata nel 2011). Quell’anno il traffico era stato di 8,5 milioni di tonnellate e non c’era dubbio che in pochi anni si sarebbero superate le 14,3 milioni di tonnellate che poteva supportare la linea. La TAV era assolutamente necessaria.
Gli anni passarono e arrivò il 1997, ma il traffico merci sulla Linea era cresciuto molto poco. Lo studio era da rifare: poco male. Gli esperti governativi nel 1999 ribadirono che la TAV andava fatta subito: entro il 2005 la linea attuale non sarebbe più bastata e nel giro di pochi anni, di sicuro, il traffico sarebbe esploso a 20 milioni di tonnellate. Nel 2001 il governo Amato (di centro-sinistra) approvò il progetto. Intanto arrivò anche il 2005 e il traffico merci registrato sulla ferrovia Torino-Lione in realtà era diminuito: 6,5 milioni di tonnellate contro le 8,5 del 1991. Ma nel 2004 i soliti esperti avevano fatto un altro studio: era un calo transitorio e non c’era dubbio che la linea attuale sarebbe bastata al massimo fino al 2015: costruire la nuova linea rimaneva imperativo, checché ne pensassero quei montanari mezzi anarchici e invasati dei NO TAV. Poi ne hanno fatto un altro nel 2012, sostenendo che bisognava davvero correre, spezzare ogni resistenza e costruire la TAV: nel 2025 le merci che si sarebbero spostate tra Italia e Francia sarebbero state 20 milioni di tonnellate ed entro il 2050 si raggiungeranno di certo le 50 milioni di tonnellate. Ma, non ci crederete, il traffico in realtà è continuato a diminuire.
Nel 2022, tra Torino e Lione, si sono spostate via treno 2,34 milioni di tonnellate di merci. Quasi quattro volte meno rispetto al 1991, oltre sei volte in meno del limite che può sostenere l’attuale linea ferroviaria.
Su questi dati di realtà dovrebbe basarsi il dibattito pubblico sulla TAV in Val di Susa. Ma in Italia esiste un partito unico del cemento e delle grandi opere che tiene dentro tutti, dalla Lega fino al PD, passando per la Confindustria e l’intero apparato mediatico dominante. Concentrare il dibattito pubblico su questi dati, anziché sulla solita retorica dei violenti, li costringerebbe a rispondere finalmente all’unica domanda che conta: per quali interessi sporchi e particolari deve essere costruita a tutti i costi un’opera che non serve a niente e che costerà un sacco di soldi? La gente della Val di Susa queste cose le sa da tempo e si oppone alla sorte che ha destinato la loro terra ad essere sventrata e usata come bancomat dalla banda delle grandi opere. “Condannate chi devasta il territorio, non chi si oppone alla devastazione”, ha ribadito il movimento mentre dal governo si invoca l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza” per mandarli tutti in carcere. Forse è ora di ascoltarli.
