- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Il governo vuole più data center: dimezzati i tempi per la valutazione ambientale

Il governo accelera sull’apertura di nuovi data center, riducendo gli spazi e i tempi destinati alla valutazione degli impatti ambientali. Le indicazioni operative pubblicate dal Ministero dell’Ambiente prevedono infatti che il procedimento unico di autorizzazione si concluda entro dieci mesi. Una scelta pensata per attrarre investimenti e rendere l’Italia più competitiva, ma che rischia di comprimere controlli fondamentali su infrastrutture ad altissimo consumo energetico e idrico. La norma consente inoltre ai centri con fabbisogno superiore a 10 MW di partire con connessioni elettriche temporanee, senza attendere l’allaccio definitivo alla rete nazionale. Restano richieste la conformità urbanistica e la documentazione tecnica, ma la priorità assegnata alla rapidità solleva dubbi sulla capacità delle amministrazioni di valutare con attenzione effetti su territorio, risorse idriche, rete elettrica ed emissioni. Una decisione che arriva proprio mentre in tutta Italia si stanno diffondendo le proteste contro i nuovi impianti.

Le indicazioni [1] operative sono state pubblicate dal MASE il 21 luglio, ma sono state scarsamente considerate. Esse mirano a chiarire il funzionamento del nuovo regime autorizzativo per la costruzione dei centri dati, inaugurato con il decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 aprile 2026, n. 49. Il MASE fornisce spiegazioni di diversa natura, indicando dove e come presentare domanda per l’ottenimento del cosiddetto “Procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati” (PUCD), gli spazi da consultare, gli iter per presentare eventuali modifiche, e i costi delle pratiche. Gli aspetti più rilevanti, tuttavia, concernono i tempi per l’ottenimento del PUCD, gli oneri amministrativi, e la natura stessa del procedimento.

Il PUCD è un procedimento finalizzato al rilascio delle diverse autorizzazioni necessarie all’approvazione e alla realizzazione di un progetto. Anziché presentare istanze separate per ottenere i via libera sul piano edilizio, ambientale e paesaggistico, i progetti destinati ai data center prevedono la presentazione di un’unica istanza, con l’obiettivo di ridurre i tempi burocratici. Sebbene le autorizzazioni necessarie restino le medesime, i termini per le valutazioni di impatto ambientale sono dimezzati e, in generale, il PUCD deve concludersi entro dieci mesi, prorogabili solo in casi eccezionali e comunque per un periodo non superiore a tre mesi. Il vantaggio in termini di tempistiche è dunque duplice: da una parte perché il procedimento è soggetto a un termine massimo definito; dall’altra perché consente di coordinare in un unico iter le diverse autorizzazioni necessarie, semplificando il percorso amministrativo e concentrando le scadenze all’interno di una sola procedura. A velocizzare ulteriormente la realizzazione dei data center vi è anche una deroga per gli impianti con fabbisogno superiore ai 10MW, per i quali è possibile ricorrere temporaneamente a una connessione alla rete in media tensione prima di completare l’allaccio definitivo alla Rete di trasmissione nazionale.

Insomma: tempi più rapidi, iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Con questi tre elementi, le indicazioni operative mostrano il chiaro intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano. La decisione arriva in un momento di crescente tensione dal basso, soprattutto in Lombardia. A maggio, la regione è stata la prima in Italia ad approvare [2] una legge dedicata a queste infrastrutture, mentre nell’ultimo mese ha ospitato le prime proteste contro la loro realizzazione. A inaugurarle sono stati i cittadini di Lacchiarella [3], nella città metropolitana di Milano, dove è prevista la costruzione del più grande data center d’Italia. I cittadini hanno contestato il massiccio impatto ambientale dell’impianto, che consumerebbe annualmente energia pari a quella utilizzata da 500mila famiglie e che potrebbe contribuire al surriscaldamento dell’area circostante. Qualche giorno dopo, a Travagliato [4], in provincia di Brescia, oltre 300 persone hanno manifestato dentro e fuori dalle aule del consiglio comunale, interrompendo la seduta per tre volte e chiedendo chiarimenti sul progetto. Anche in questo caso, i partecipanti hanno sollevato dubbi sull’utilizzo delle risorse idriche e sui possibili impatti climatici dell’intervento. In generale, i data center, infrastrutture destinate a supportare i sistemi di archiviazione ed elaborazione digitale, richiedono notevoli quantità di acqua per il raffreddamento e possono contribuire all’aumento delle temperature nelle aree circostanti.

Avatar photo

Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.