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La colonna sonora di Instagram 40 anni prima di Instagram

Siamo nell’estate del 2009, a Parsons, una piccola cittadina del Kansas, negli Stati Uniti. C’è un vecchio negozio di sviluppo e stampa di fotografie a gestione familiare. Si chiama Dwayne’s Photo. Lo gestisce Dwayne. Con lui ci sono il figlio e qualche decina di dipendenti. È in attività da molto tempo, ma ultimamente gli affari non vanno affatto bene. Semplicemente non ci sono più pellicole da sviluppare perché hanno inventato le macchine digitali. Un giorno però comincia ad arrivare della posta. Moltissima posta.

È successo che la Kodak ha annunciato la decisione di smettere di produrre la Kodachrome, la prima pellicola a colori della storia. La più venduta in tutto il mondo. Non solo: smetterà anche di produrre i prodotti chimici necessari a svilupparla. Chiunque abbia in casa un rullino Kodachrome ha quindi un tempo limitato per farci qualcosa, dopodiché le fotografie contenute in esso verranno perse per sempre. Il problema è capire dove portarlo. In pochi anni i laboratori di sviluppo della Kodachrome hanno chiuso uno dopo l’altro. Prima il centro Kodak negli Stati Uniti, poi quello in Giappone, poi quello in Svizzera. Alla fine ne è rimasto uno solo, quello di Dwayne.

Comincia così una specie di pellegrinaggio. Una transumanza di rullini. Feti di foto che vengono mandati nell’unico posto al mondo che può ancora farli nascere. Arrivano pacchi da mezzo mondo con dentro centinaia di migliaia di pellicole. Per accontentare tutti si usano metodi da produzione industriale. La macchina per lo sviluppo, che di solito lavorava poche ore al giorno, viene tenuta accesa ventiquattr’ore su ventiquattro. A un certo punto, però, bisogna stabilire un limite. Viene fissata una scadenza: il 30 dicembre 2010. Quel giorno vengono sviluppati gli ultimi cinquecento rullini della storia. L’ultimo che esce dalla fabbrica, tuttavia, non è di un cliente qualunque.

La “Ragazza afghana” di Steve McCurry

È il rullino di Steve McCurry, uno dei fotografi più famosi del mondo. Non è arrivato per posta. McCurry ha attraversato gli Stati Uniti in macchina per portarglielo personalmente, per evitare che potesse essere smarrito. Sono i suoi ultimi 36 scatti. Dentro ci sono le foto del suo recente viaggio in India, poi delle immagini di New York, una foto fatta a Robert De Niro nella sua sala di proiezione a Tribeca e, infine, una lapide. L’ultima foto dell’ultimo rullino Kodak di Steve McCurry è stata scattata direttamente a Parsons, poco prima del suo arrivo nel negozio di Dwayne. È la tomba con la statua di un soldato. Ai suoi piedi ci sono due fiori, uno giallo e uno rosso, come i colori della scatola del rullino Kodachrome. Quel giorno i più melodrammatici parlano della morte della fotografia. Il funerale, in effetti, era stato preparato con cura, con tanto di lapide fotografata in anticipo.

Peccato che, giusto pochi mesi prima, il 6 ottobre 2010, fosse nato Instagram.

Il primo logo di Instagram

Quello che adesso è uno dei social più popolari del mondo, all’epoca era poco più di un giocattolo. Faceva una cosa sola: prendeva le fotografie scattate col telefono e le faceva sembrare vecchie. L’icona era una macchina fotografica analogica. I filtri avevano nomi da diapositiva ritrovata in soffitta e servivano a scolorire i bordi, ingiallire le luci, aggiungere quella patina che le pellicole si guadagnavano in decenni di cassetti. Il giocattolo è durato poco. Nell’aprile del 2012 Facebook ha comprato tutto per un miliardo di dollari e ha deciso che Instagram doveva diventare l’album delle fotografie del mondo intero, archivio in perenne aggiornamento degli istanti della nostra esistenza.

Oggi si caricano centinaia di milioni di immagini al giorno. Più scatti in una settimana che in tutto il ventesimo secolo. Milioni di facce, sorrisi, profili, tramonti, gatti, aperitivi, finestrini di aereo, specchi di ascensore, riproposti in maniera pressoché identica giorno dopo giorno. Viene da chiedersi che cosa spinga l’umanità a questo desiderio di catalogazione maniacale. La domanda, per la verità, non è recente: se l’era già posta Susan Sontag nel 1977. Nel suo saggio Sulla fotografia, la filosofa statunitense sosteneva che la fotografia di massa non è un modo di trattenere l’esperienza, ma di sostituirla. Il turista non sa cosa fare davanti a qualcosa di bello, e allora lo fotografa. Lo trasforma in un oggetto da portarsi a casa, risolvendo il problema di doverlo guardare. Non solo: la fotografia diventa la prova del fatto che un’esperienza sia stata davvero vissuta. Un meccanismo che, portato all’estremo, produce un paradosso: l’esperienza smette di essere il fine e diventa il pretesto. Non si fotografa (o si filma) più quello che si vive, si vive quello che si può fotografare. La foto non documenta più l’esperienza: la foto è l’esperienza. La nostra prova di esistenza in vita.

Sontag ci aveva messo circa duecento pagine a spiegare tutto questo. Nove anni prima un cantante inglese di musica pop aveva detto tutto in due minuti.

Il gruppo musicale inglese ”The Kinks”

Nel 1968 Ray Davies aveva un problema: non poteva più mettere piede negli Stati Uniti. Tre anni prima, durante il loro primo tour americano, la sua band — i Kinks — aveva litigato con chiunque fosse possibile litigare: promoter non pagati, contratti sindacali firmati controvoglia, concerti tagliati per ripicca e, secondo la leggenda, un funzionario preso a pugni per aver dato dei comunisti agli inglesi. Il sindacato dei musicisti americano, l’American Federation of Musicians, aveva risposto sospendendo alla band i permessi di lavoro. Il risultato è che per quattro anni i Kinks non poterono più suonare in America. Che era un problema serio, se eri una band inglese nel bel mezzo della British Invasion. In quegli anni i gruppi britannici attraversavano l’Atlantico e tornavano milionari. Il mercato americano era il premio finale e tutti lo stavano incassando. Tutti tranne i Kinks.

Così, mentre i colleghi conquistavano l’America, Ray Davies restava a casa. E a casa, non potendo guardare avanti, si mise a guardare indietro.

Nel novembre del 1968 esce The Kinks Are the Village Green Preservation Society. Un concept album sulla nostalgia. Il manifesto di una società immaginaria ossessionata dalla conservazione di tutto ciò che sta scomparendo nel Regno Unito: i villaggi, i pub, la birra alla spina, i vecchi film in bianco e nero, le case vittoriane, i gattini, Sherlock Holmes. Un omaggio ironico al tradizionale e rassicurante borgo britannico e ai bei tempi andati, popolati da “negozietti, tazze di porcellana e verginità”.

E come si conservano le cose che spariscono? Naturalmente le si fotografa. Uno dei brani centrali del disco si intitola Picture Book, due minuti e mezzo costruiti attorno a un vecchio album di famiglia sfogliato in vecchiaia. Fotografie di gente ritratta insieme, canta Davies, «per dimostrare che si volevano bene, tanto tempo fa».

Il disco uscì nelle stesse settimane del White Album dei Beatles e fu un clamoroso fallimento. Non lo comprò nessuno. Oggi è considerato un capolavoro.

A chiudere l’album c’è la canzone gemella e più cupa di Picture Book, nonostante l’allegria della musica che ricorda quella di un carosello. Nasce da un matrimonio. Davies era tra gli invitati e a un certo punto si fermò ad osservare gli sposi che si fotografavano a vicenda. Uno prendeva la macchina e ritraeva l’altra, poi si scambiavano e rifacevano la stessa cosa al contrario. “Che strano”, pensò. Poi scrisse il titolo della canzone: People Take Pictures of Each Other.

Il significato del brano, fatto di pochi versi ripetuti, sta tutto in una frase: «la gente si fotografa a vicenda solo per dimostrare che è esistita davvero». La fotografia come prova. Come ricevuta da esibire nel caso qualcuno dubitasse che siamo stati vivi, che un istante è accaduto, che ci siamo voluti bene, che siamo stati felici. Susan Sontag sarebbe stata senza dubbio d’accordo.

Il meccanismo di certificazione della nostra esistenza in vita era già attivo quarant’anni fa, ma ha ricevuto un’accelerazione formidabile dai social e dalle nuove tecnologie. E il momento in cui la produzione ingrana al massimo dei giri è proprio adesso, che stiamo per entrare nel mese di agosto. Lo scenario prediletto, l’alta stagione della prova documentale. «La gente fotografa l’estate nel caso qualcuno pensasse di essersela persa», cantava già Davies. E infatti eccoci pronti alla parata annuale: il tramonto sul mare, i piedi nella sabbia, il piatto di spaghetti inquadrato dall’alto, l’ombrellone visto da sotto, lo spritz in controluce, il borgo con i panni stesi, il gabbiano, il gattino del ristorante, il selfie sudato in cima al sentiero, la piscina dell’hotel, i saluti dal traghetto. I teli, i tavoli e i tornanti. Gli imbarchi, gli imbrocchi e gli impiattamenti. Prove. Prove che ci siamo divertiti, che ci siamo riposati, che abbiamo vissuto, che c’eravamo anche noi.

I Kinks, cinquant’anni fa, ne avevano già viste abbastanza. Alla fine del disco, davanti all’ennesima fotografia, la voce di Davies si spezza e implora: «don’t show me no more, please».

Non fatemene vedere altre, vi prego.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

Avviso per i lettori: per il mese di agosto anche questa rubrica va in vacanza. Con la promessa di non fare troppe foto. Buona estate a tutti.

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.