Il Settimo aveva i caschi scuri e opachi, e non portava le cinture bianche. Erano diversi da tutti gli altri agenti del Reparto Mobile, un corpo speciale con equipaggiamenti speciali. Li avevano selezionati per requisiti fisici e psicologici. Scelti uno per uno, i più duri e i più portati, diciamo così. Erano la prima linea: gli uomini giusti al posto giusto. Gli ottanta uomini del VII Nucleo sperimentale antisommossa, addestrati per mesi, quelli che hanno preceduto il G8 di Genova, allevati e allenati come pitbull in una caserma nel mezzo del nulla che accompagna l’autostrada Roma-Fiumicino, mentre tutta Italia – ignara – immaginava i riflettori accesi per l’evento mondiale dei grandi della terra, sono stati i primi a entrare alla Diaz.
Qualcuno ha spalancato i cancelli di ferro, togliendo loro il metaforico guinzaglio. Il momento che aspettavano da tanto, insieme ai loro superiori. Li avevano portati lì per quello, li avevano forgiati come “nucleo anti-sommossa” che vuol dire tutto e niente, perché i compiti della forza pubblica devono essere modulati a seconda delle necessità. E la necessità di devastare quella scuola e i 93 occupanti del Genova Social Forum alloggiati lì, nel centro stampa, quale sarebbe stata? Il Settimo era il reparto di élite, l’avanguardia di quello che Michelangelo Fournier, il vicequestore che li guidava, in tribunale ha poi definito «una macelleria messicana», una notte da incubo che nessuno dimenticherà mai più. Quelli che manovravano il tonfa, quel manganello corto e dannatamente doloroso, come un mazzo di chiavi.
Botte, botte e ancora botte

Non si sa da dove cominciare, per raccontare i quattro giorni che sconvolsero Genova, l’Italia e il mondo. Dal 19 al 22 luglio del 2001, venticinque anni fa. Le nozze d’argento con la prova di regime più efficace che l’Europa abbia conosciuto dai tempi della Guerra Fredda. Quattro giorni che si possono sintetizzare così: botte, botte e ancora botte. Quattro giorni brutali, inermi cittadini, manifestanti pacifici schiacciati tra l’incudine dei fantomatici black bloc e il martello delle divise, lordate di rosso. Quattro giorni nei quali la ragione e il buon senso hanno ceduto il passo al delirio di violenza governato dalla politica in cabina di regia. Quattro giorni di sangue, violenza, soprusi, sadismo e morte, perché più di uno c’è andato molto vicino, con la testa spaccata o i polmoni bucati, e comunque nel conto c’è anche il colpo di pistola che ha ucciso Carlo Giuliani.
Il carabiniere che ha sparato, Mario Placanica, è stato prosciolto per legittima difesa: per i giudici ha agito sentendosi minacciato da quell’estintore che il ragazzo brandiva a Piazza Alimonda. Dopo essere stato cacciato dall’Arma ha minacciato il suicidio perché gli hanno rifiutato tutte le richieste di finanziamenti. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, interpellata dai familiari di Giuliani, ha disposto un risarcimento di 40mila euro a carico dello Stato italiano, il prezzo della sua vita. Carlo aveva 23 anni quando è crollato per terra con una pallottola piantata sotto allo zigomo sinistro. Il Defender dei carabinieri è passato sul suo corpo due volte, in retromarcia e in avanti, nel tentativo di ripiegare sotto alla forza d’urto dei manifestanti.
La “zona rossa” e un Paese attonito
Erano le cinque e mezza del 20 luglio e l’Italia, in diretta televisiva, ha capito che a Genova stava succedendo qualcosa di grosso. Qualcosa di terribilmente serio. Poi è venuta, appunto, la Diaz. E poi Bolzaneto, la caserma degli orrori. La caserma cilena, usando come termine di paragone scene viste solo in Sudamerica, solo durante certe dittature cupe e infinite. La caserma delle umiliazioni, gli attivisti costretti a lasciare aperta la porta dei bagni davanti agli agenti, le ragazze a cui furono negati perfino gli assorbenti, restano immagini indelebili di una vergogna che tutto il mondo ha visto e giudicato. Nelle redazioni dei giornali, i social non erano dominanti come adesso, non c’è voluto molto per capire che non si sarebbe trattato del solito vertice tra i grandi della terra, riuniti per discutere dei loro programmi neoliberisti che in quei giorni 300mila persone, definite “no-global” anche per comodità giornalistica, erano arrivate a Genova per contestare e per rifiutare.

Diverse redazioni dovettero irrobustire il contingente degli inviati, mandando a Genova altri giornalisti per fare fronte a quello che stava succedendo e che si aggravava di ora in ora. La protesta di chi pensava che “un altro mondo fosse possibile” era stata ampiamente annunciata, così come le misure di sicurezza, la “zona rossa” che da allora è diventata quasi uno stato dell’anima. Quello che però nessuno avrebbe immaginato, quello che nessuno avrebbe voluto vedere è stata la feroce repressione motivata dalla reazione alle azioni violente degli uomini vestiti di nero. I fantomatici black bloc che colpivano e si dileguavano, offrendo alle istituzioni molti motivi per reagire e intervenire. Per ribadire col pugno di ferro l’ordine e la legge, visto che di fronte al gotha del pianeta le misure di sicurezza predisposte meticolosamente dal governo italiano non è che stessero facendo un figurone.
La notte cilena della Diaz

È quello che è successo, per esempio, alla scuola elementare Armando Diaz, in Via Cesare Battisti. Meglio conosciuta come “la Diaz”. La notte del 21 luglio 2001 sarà ricordata come la notte forse più buia della Repubblica italiana. Il conto di quella “perquisizione” che per molti fu pianificata ed eseguita come rappresaglia, diciamo così, per l’ordine pubblico sfuggito in quei giorni al controllo delle istituzioni, fu presentato ai vertici della polizia, così come ad agenti e graduati. Le cronache giudiziarie hanno raccontato di 125 poliziotti sotto accusa, tra dirigenti, funzionari e agenti. 29 gli imputati, 16 assoluzioni e 13 condanne per un totale di 35 anni e 7 mesi, la Procura aveva chiesto in tutto 108 anni di carcere. 93 persone arrestate, tra cui diversi cittadini arrivati a Genova per l’evento. 82 di loro furono feriti: 63 portati ospedale e da lì a Bolzaneto dove gli altri 19 finirono subito, quella stessa notte. Tutto il G8 è diventatouna gigantesca Iliade giudiziaria nella quale lo Stato ha cercato di scaricare tutte le colpe sui propri uomini, i quali hanno tirato in ballo altri uomini dello stesso Stato: un enorme risiko nel quale le colpe e le responsabilità di quella mattanza prolungata per diversi giorni sono diventate un fumo di nebbia. Di certo, tra gli altri fu condannato Vincenzo Canterini, il comandante del Primo Reparto Mobile di Roma a cui era accorpato il Settimo. Furono condannati Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, rispettivamente capo e vice dello SCO, con l’accusa di falso ideologico. Gratteri ha poi dato le dimissioni dopo la conferma delle condanne da parte della Cassazione e si è ritirato in pensione, Caldarozzi invece è finito a Finmeccanica, chiamato da Gianni De Gennaro.
Erano i vertici della polizia, perché il Servizio Centrale Operativo è il cuore del corpo, e sono stati accusati e condannati per aver cioè costruito a tavolino le prove per poter poi accusare i ragazzi presenti alla Diaz: due bottiglie molotov fatte trovare dentro la scuola, per cui furono materialmente condannati il vicequestore aggiunto di Roma, Pietro Troiani, insieme all’assistente Michele Burgio. Appoggiarono le molotov su uno striscione e in un baleno le foto dei “corpi del delitto” finirono su tutti i desk dei giornali e delle tv, confermando l’idea che tutto quello che successe a Genova era un film con una regia, un cast e un finale già scritto. Spuntarono fuori anche dei picconi e delle sbarre di ferro, prelevati secondo le successive indagini da un cantiere nelle vicinanze: insomma una storia molto cupa e mai realmente chiarita.
Il reporter inglese ridotto in fin di vita
L’irruzione alla Diaz e i minuti che ne seguirono furono un catalogo di violenza mai vista in questo Paese. Botte da orbi, ossa rotte, teste spaccate, pozzanghere di sangue, le ha definite così perfino Canterini. Un massacro. La cronaca di quei lunghissimi minuti dentro quella scuola tutt’ora è un catalogo completo di violenze dalle quali nessuno ha trovato scampo o misericordia. Il primo a cadere sotto ai colpi degli agenti fu Mark Covell, un reporter indipendente inglese che poco prima di mezzanotte fu fermato mentre cercava di attraversare e arrivare al centro di Indymedia per cui era presente al G8.
Inutili i suoi tentativi di qualificarsi come giornalista, fu percosso e malmenato in tre ondate dai poliziotti intervenuti alla Diaz e finì all’ospedale in codice rosso per fratture e lesioni varie, tra cui uno pneumotorace provocato dalla rottura di otto costole. Gli ultimi agenti incontrati, avevano giocato con lui come con un pallone, prendendolo a calci sul marciapiede e buttandogli giù praticamente tutti i denti. Ha raccontato che da allora non ha più riacquistato l’uso completo della mano sinistra, che gli fu frantumata e che pensava di essere ormai morto, quando lo hanno raccolto come uno straccio insanguinato dal marciapiede dove l’avevano lasciato gli ultimi poliziotti, la terza ondata di quelli che lo hanno massacrato. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo per tentato omicidio, prima di scontrarsi col fatto che non è stato possibile identificare gli agenti responsabili, protetti dall’oscurità, dai caschi e dall’omertà dei colleghi. Nel 2012 ha chiesto un risarcimento di 340mila euro che la Corte dei Conti di Genova ha poi ridotto a 110mila, il punto centrale resta che lo hanno ridotto in fin di vita a forza di botte; ed erano uomini in divisa.
Il vicequestore Fournier, unico “pentito”

I due condannati in solido alla gran parte del risarcimento furono Canterini e Michele Fournier, il suo vice che comandava direttamente il Settimo Nucleo. Il primo ha pagato 60mila euro, il secondo 40mila. Secondo i giudici contabili, «è accertato che il pestaggio subito da Covell è stato opera di militari appartenenti alla Polizia di Stato, e in particolare al VII Nucleo Speciale comandato da Canterini e Fournier. I due avrebbero dovuto vigilare sull’operato degli agenti affinché l’azione non degenerasse in atti delittuosi. Non lo hanno fatto o non sono stati in grado di farlo, neppure quando hanno sicuramente avuto occasione di impedire materialmente comportamenti aberranti dei propri uomini». Fournier, però, ha fatto marcia indietro, ha sostanzialmente ammesso di aver mentito nelle prime deposizioni ed è l’unico “pentito” in divisa per i fatti di quei giorni.
La sua definizione di «macelleria messicana» per quello che è successo alla Diaz ha brutalmente messo il Paese e l’opinione pubblica di fronte a quello che tutti avevano visto e immaginato nelle crude dirette televisive. Non solo, però. Ha anche spaccato i vertici della polizia sotto processo. Dall’altra parte, c’era Canterini che ha sempre difeso l’operato del Settimo Nucleo, attribuendo le bestiali violenze successe quella notte dentro al media center del Genova Social Forum a fantomatici poliziotti che indossavano pettorine, jeans e caschi. Non furono mai individuati. Il vicequestore Fournier era coi suoi uomini a guidare l’irruzione, salvo raccontare in tribunale che: «Quando sono arrivato nella scuola ho visto quattro poliziotti, due in divisa, due in borghese che al primo piano infierivano su una decina di persone a terra, non erano miei uomini». I giudici gli hanno chiesto come mai non avesse mai accennato al pestaggio, era stato anche riferito che avesse urlato «basta!» ai suoi agenti che stavano massacrando una ragazza a terra. Lui ha risposto che «non erano uomini miei e se non l’ho detto prima l’ho fatto per senso di appartenenza al corpo. Comunque non ho mai pronunciato la frase “basta, basta, basta” che mi viene attribuita».
Bolzaneto, ultima fermata per l’inferno
L’inferno di Bolzaneto, la caserma dove furono portati manifestanti e attivisti fermati e arrestati, è la prosecuzione della Diaz con gli stessi mezzi. Ci finirono tutti gli arrestati alla Diaz, compresi quelli che erano finiti al pronto soccorso per le botte e le lesioni subite. «Li hanno picchiati da quando sono usciti dai cellulari fin dentro le stanze della caserma», hanno raccontato due agenti di polizia penitenziaria per introdurre quello che è successo dentro quelle mura. Sono passati 25 anni, ma si fa ancora fatica a immaginare le scene che sono successe là dentro, tra urla, pianti, rumore di calci, pugni e botte. I reati poi contestati sono un catalogo completo dell’orrore. Abuso d’ufficio, abuso d’autorità su arrestati, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e perfino falso ideologico. 45 gli imputati, tra cui quattordici appartenenti alla polizia penitenziaria; dodici carabinieri, quattordici agenti e funzionari della Polizia di Stato. Ci sono state 15 condanne e 30 assoluzioni, in tribunale sono finiti anche medici e infermieri che invece di assistere e curare i feriti, infierivano e deridevano.
Come il dottor Giacomo Toccafondi che invece del camice indossava la tuta mimetica, e faceva collezione di “trofei” sottratti ai manifestanti arrestati. È stato poi sottoposto a un procedimento per aver omesso le cure mediche a una detenuta ligure in fin di vita. Non è stata riconosciuta la crudeltà, i motivi abietti e tantomeno la tortura, ma il racconto di quello che successe in quelle ore agli attivisti no-global portati in quella caserma fa ancora accapponare la pelle. Il “comitato di accoglienza” disposto su due ali lungo i corridoi riempiva di botte le persone che dovevano attraversarli, i prigionieri furono costretti a stare in piedi con la faccia rivolta verso la parete della cella e le gambe divaricate, chi non reggeva la posizione per stanchezza o per stress, veniva riempito di manganellate. È capitato anche a persone affette da poliomelite, in evidente difficoltà, riempite di botte e costrette a tenere quella posizione. In infermeria le persone dovevano spogliarsi completamente e fare flessioni davanti a numerosi agenti. Venivano prestate ai feriti cure insufficienti, alcuni hanno subìto qui ulteriori violenze da parte degli agenti addetti alle perquisizioni. Nelle celle è stato spruzzato più volte gas urticante, spesso direttamente negli occhi degli arrestati. Diverse tra le persone ristrette in quei tre giorni furono costrette a intonare “Viva il Duce”, oltre a insulti vari. Secondo la memoria depositata a marzo del 2005 dai magistrati, a Bolzaneto (adibita a centro di detenzione temporaneo) fu violato l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.
I fantasmi del GOM

Un ruolo importante fu rivestito dal corpo speciale degli agenti di custodia, il GOM (Gruppo Operativo Mobile), che per compiti del corpo di appartenenza avrebbero dovuto limitarsi alla traduzione delle persone arrestate, ma che parteciparono attivamente ai pestaggi e alle violenze, infrangendo alle consegne ricevute. Ma per la difficoltà di trovare elementi di prova, nessuno di loro è stato chiamato a rispondere in tribunale di quello che successe alla caserma di Bolzaneto. Dove, sfruttando dei cavilli del regolamento penitenziario, per due giorni non furono nemmeno mai somministrati pasti e acqua, se non qualche biscotto o panino. E dove, perfino avere un bisogno fisiologico era un problema, per le lunghe attese a cui erano sottoposti gli attivisti arrestati, costretti e umiliati anche al momento di usufruire di un bagno. Gli avvocati di parte hanno sottolineato come in quei tre giorni a Bolzaneto abbia operato uno “Stato nello Stato” che ha agito nell’illegalità e maltrattato persone inermi (perché già private della libertà, rinchiuse in cella e ammanettate) spesso rifacendosi, con inni e cori, al regime fascista.
Il reato di tortura non esisteva e non esiste ancora oggi, il palazzo della politica in quei giorni ha tremato ed è stata la fine della polizia di Gianni De Gennaro, il poliziotto che tanto piaceva al centrosinistra e che poi è andato ai servizi segreti, prima di finire in Finmeccanica. Antonio Manganelli, suo successore poi venuto a mancare, dopo le pronunce della Cassazione ha parlato delle scuse da fare ai cittadini italiani. Ma la vergogna del G8 di Genova resta una macchia che il tempo fatica a cancellare.