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“Venezia non si USA”: oggi in laguna il corteo contro l’ambasciatore americano

È iniziato tutto con uno striscione di 117 metri posizionato all’inizio di luglio lungo la Riva dei Sette Martiri. Una lunghezza non scelta a caso: è la stessa dello yacht dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta, che ormeggerà nella laguna veneziana a partire da oggi, venerdì 17 luglio. La città rappresenta infatti una delle tappe del Freedom Coastal Diplomacy, il viaggio intrapreso dal diplomatico lungo le coste italiane per celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana. Una parte della cittadinanza, però, contesta la presenza di Fertitta in quanto diretto rappresentante in Italia del governo Trump e dei suoi valori, tra i quali «guerra, complicità con il genocidio in Palestina e lo strapotere degli interessi economici di moderni oligarchi». Così, per le 18 – in concomitanza con l’arrivo dello yacht – è stata organizzata una manifestazione di protesta, per la quale è prevista l’affluenza di centinaia di persone.

«L’ambasciatore americano non è il benvenuto a Venezia. Torna in cabina, Fertitta!». Si apre con queste parole il comunicato diffuso lo scorso 25 giugno dal Centro Sociale Occupato Morion, con cui è stata convocata un’assemblea pubblica per discutere dell’arrivo dell’ambasciatore statunitense, previsto per oggi. Fertitta ha scelto di attraccare a Venezia in occasione della Festa del Redentore, una delle ricorrenze più importanti della città, che celebra la fine dell’epidemia di peste del XVI secolo. Lo farà a bordo del suo mega-yacht – «uno dei venti più grandi al mondo», sottolineano gli attivisti – lungo 117 metri, largo 18 e alto 35, «provvisto, tra le varie, di due eliporti e due piscine». Non è noto quanto Fertitta intenda trattenersi a Venezia, ma lo spettacolo pirotecnico del Redentore, momento culminante della celebrazione, è in programma domani sera, mentre domenica si svolgerà la tradizionale regata.

Le contestazioni degli attivisti si muovono su due direttrici: da una parte, contro la svendita della città, rappresentata dalla presenza dell’ennesimo «iper ricco che vuole utilizzare Venezia come sfondo della propria vacanza, occupando con molta probabilità la riva delle Zattere, uno degli spazi più simbolici della città in quei giorni, e segnando così l’ennesimo strappo ad una festa che ormai di veneziano ha sempre meno»; un richiamo, insomma, alle proteste [1] contro il matrimonio di Jeff Bezos, messo in scena in una Venezia paralizzata dall’evento, con calli bloccate e percorsi dei vaporetti deviati per far spazio agli ospiti del patron di Amazon, ma anche alla turistificazione della città, alla musealizzazione dello spazio lagunare introdotta con il ticket d’accesso [2] e alle dimostrazioni [3] contro la presenza delle grandi navi. Dall’altra parte, gli attivisti muovono una critica di natura politica: perché «questa volta non è solo un multimiliardario», ma «l’ambasciatore degli Stati Uniti», uno dei «bracci destri di Trump e della sua politica guerrafondaia».

Gli attivisti allargano così la protesta a una più generale contestazione del posizionamento politico dell’Italia: «Quale idea di relazioni internazionali si intende promuovere? Quella della cooperazione tra popoli, dello sviluppo condiviso e della pace, oppure quella dell’influenza economica esercitata dai grandi gruppi finanziari e dai miliardari sempre più presenti nella vita politica mondiale?», scrivono. «Di quali rapporti stiamo parlando? Di quelli che spingono verso un continuo aumento delle spese militari?», continuano. Un modo, insomma, per mandare un segnale alle istituzioni e alle politiche di riarmo e sostegno incondizionato alla politica statunitense e israeliana, che giunge ad appena una settimana dalla ripresa degli attacchi statunitensi contro l’Iran.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.