- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

In Italia i media elogiano l’IA, ma le microimprese non capiscono come usarla

L’Italia sta sviluppando un rapporto sbilanciato con l’intelligenza artificiale: le principali testate – e quindi il discorso pubblico – parlano con sfrenato entusiasmo degli strumenti di IA, dipingendoli come il futuro, eppure, nella realtà quotidiana, le microimprese si trovano ad avere in mano strumenti che non sanno come utilizzare. Considerando che le microimprese compongono la quasi totalità del tessuto produttivo italiano, il dato la dice lunga sulla dissonanza tra ciò che viene dichiarato e la concretezza dei fatti.

L’8 luglio l’associazione Hermes Center ha pubblicato il report La rappresentazione mediatica dell’IA in Italia [1], in cui analizza come quattro dei principali giornali italiani – Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera, La Repubblica e Il Giornale – abbiano trattato l’argomento nel periodo compreso tra il 1° maggio e il 15 agosto 2024, ovvero nei mesi successivi all’approvazione dell’AI Act da parte dell’Unione Europea. Le metodologie di raccolta degli articoli sono variate da testata a testata — alcune si sono dimostrate fin troppo prolifiche –, ma complessivamente i ricercatori hanno analizzato 563 articoli, un ottimo bacino di riferimento da cui ricavare uno carotaggio editoriale.

Il risultato? Ondate di tecno-ottimismo e una marcata assenza di dibattito nei confronti dell’AI Act, il pacchetto di leggi che, quando viene trattato, viene perlopiù dipinto come una zavorra burocratica che non fa altro che ostacolare il progresso. Le IA vengono descritte come un’evoluzione inevitabile da accettare senza indugio, una leva per la crescita e la prosperità imprenditoriale. Le preoccupazioni sollevate si concentrano su concetti astratti, filosofici o ipotetici, su scenari lontani e a tratti fantascientifici, ignorando i problemi reali già riconosciuti dagli esperti – se non per quelli legati all’uso di materiale protetto da diritto d’autore. Tema in cui, non a caso, rientra anche l’annosa questione di come le intelligenze artificiali utilizzino gli articoli pubblicati dai quotidiani.

Questa forma di propaganda si scontra però con il mondo della concretezza. Secondo la rilevazione Le microimprese usano poco l’intelligenza artificiale perché non sanno a cosa serve [2], diffusa ieri dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, il 53,9% dei microimprenditori non usa l’IA in azienda. Non si tratta di diffidenza neo-luddista, ma di dubbi sinceri: il 72% dei titolari di microimprese intervistati si dichiari competente in ambito digitale e un buon 92% dei partecipanti all’indagine ha comunque riconosciuto che questa tecnologia, in generale, rappresenta un’opportunità aziendale. Solo il 2% ha identificato le IA come un rischio per la propria attività.

Nonostante le opinioni prevalentemente positive, però, più della metà delle microimprese non sa come impiegare l’intelligenza artificiale in maniera efficace o non ne vede il vantaggio economico, una posizione che evidenzia una “difficoltà a individuare valore strategico”. Leggendo tra le righe, si ha dunque a che fare con un mondo imprenditoriale in cui la dirigenza si sente ben preparata e si dimostra ingiustificatamente entusiasta nei confronti dell’IA, ma che poi finisce in buona parte per non integrarla affatto o per integrarla solo in maniera moderata all’interno delle proprie operazioni. Il peggio di due mondi: manca sia la reale consapevolezza delle insidie e delle complessità che le intelligenze artificiali rappresentano, sia la conoscenza di come poterle eventualmente sfruttare per ottimizzare i processi di lavoro.

Questa situazione è facilmente comprensibile: l’analfabetismo digitale italiano è un problema ben noto [3], le testate più influenti del Paese trasmettono un entusiasmo acritico nei confronti dell’IA, e, a distanza di anni, le stesse aziende che producono questi strumenti non sono ancora state in grado di offrire esempi concreti di come andrebbero impiegati i loro servizi. Anzi, OpenAI – l’azienda che ha di fatto lanciato la corsa alle IA – ha notoriamente disatteso [4] i propri obiettivi aziendali e questo nonostante le dichiarazioni del suo CEO, Sam Altman, secondo cui [5] consulterebbe i propri modelli di IA per definire le scelte imprenditoriali dell’azienda. 

Sarebbe però sbagliato ritenere che queste discrepanze siano confinate a una fascia marginale della realtà italiana: secondo i dati ISTAT [6], le microimprese – ovvero le imprese con meno di 10 addetti – rappresentano più del 94,8% del tessuto produttivo nostrano. Realtà che “realizzano il 27,2% del valore aggiunto, il 25% degli investimenti e impiegano il 42,3% della forza lavoro totale”. Se è vero che gli introiti del sistema Italia sono in buona parte legati ai colossi internazionali, le microimprese rappresentano oggi la quasi totalità della spinta imprenditoriale e offrono lavoro a quasi la metà degli italiani: fattori che hanno un impatto reale sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Avatar photo

Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.