Questa volta lo scrutinio segreto non ha riservato sorprese al governo Meloni. Con 217 voti a favore, 152 contrari e 2 astenuti, la Camera ha infatti approvato la nuova legge elettorale, con la maggioranza che si è ricompattata dopo la bocciatura [1] dell’emendamento sulle preferenze. Lo stabilicum passa ora all’esame del Senato, dove Fratelli d’Italia potrebbe riproporre la modifica respinta a Montecitorio. Al momento, il testo licenziato prevede un nuovo sistema misto, proporzionale con un premio di maggioranza per la lista o la coalizione che vincerà le elezioni raccogliendo almeno il 42% dei consensi. Dopo anni di dibattiti [2] e promesse mancate è stato approvato anche il voto per i fuori sede, tra non poche polemiche. Pur riconoscendo il passo in avanti, il comitato Voto dove vivo ha criticato la misura perché «piena di incongruenze e barriere che limiteranno il reale accesso al voto fuori sede per migliaia di persone».
Si è conclusa la prima maratona parlamentare targata stabilicum. Dopo la discussione sugli emendamenti e sui singoli articoli, la riforma elettorale è stata approvata dalla Camera. Il testo [3] è stato così trasmesso a Palazzo Madama per la seconda lettura. Qui Fratelli d’Italia dovrà valutare se riproporre il blando sistema di preferenze [1] bocciato a Montecitorio dai franchi tiratori di Lega e Forza Italia, scegliendo tra la tenuta del governo e le promesse agli elettori. «Un anno e due mesi erano la durata media di un ministro dei trasporti nelle scorse legislature. Facciamo che abbiamo ancora un anno e due mesi», ha dichiarato il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, provando a placare gli animi e mettendo nel mirino la fine naturale della legislatura.
La sparizione dei collegi uninominali — l’elemento maggioritario per eccellenza — è bilanciata dal mantenimento delle liste bloccate, a tutto vantaggio delle segreterie di partito, e del premio di maggioranza. Liste e coalizioni dovranno indicare il proprio candidato alla presidenza del Consiglio, lasciando comunque invariate le prerogative del presidente della Repubblica. Alla lista o alla coalizione vincitrice basterà raccogliere il 42% dei voti per ottenere il 56% dei seggi in Parlamento, usufruendo di 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori.
Un’altra novità riguarda l’introduzione del voto per i fuori sede. Pur riconoscendo il passo in avanti, il comitato Voto dove vivo ha criticato [4] la misura perché «piena di incongruenze e barriere che limiteranno il reale accesso al voto fuori sede per migliaia di persone. Abbiamo evidenziato questi limiti, invitando i partiti a introdurre dei correttivi che avrebbero consentito l’abbattimento di molte delle barriere che ci saranno. Purtroppo, siamo stati in gran parte inascoltati, e il testo finale presenta numerosi passi indietro anche rispetto alle modalità applicate nella sperimentazione ai Referendum 2025».