Dopo oltre cinque anni di lotta e 1.829 giorni di presidio a Campi Bisenzio, il Collettivo di Fabbrica dell’ex GKN lancia la reindustrializzazione autogestita. Davanti all’immobilità delle istituzioni – i cui rinvii burocratici hanno causato la progressiva erosione dei fondi Naspi dei lavoratori – gli operai hanno costituito la cooperativa GFF (GKN For Future). Sostenuto interamente da una campagna di azionariato popolare, che ha raccolto oltre 1,15 milioni di euro grazie a 2.000 sottoscrittori solidali, il piano produttivo partirà a settembre 2026 in un capannone in affitto. I primi 25 operai verranno impiegati nella produzione di cargo bike, nell’installazione di pannelli fotovoltaici e nel loro riciclo. Il progetto include anche un ramo alimentare solidale e uno culturale. L’obiettivo è rioccupare 50 operai in 3 anni. Pur iniziando a produrre altrove, la mobilitazione contro le speculazioni immobiliari sull’ex stabilimento resta viva, puntando sulla convergenza sociale.
L’approvazione del piano di reindustrializzazione è stata annunciata a margine di quella che il collettivo ha definito [1] “Assemblea dell’azionariato popolare”, svoltasi il 12 luglio. Il progetto verrà finanziato attraverso le due campagne di raccolta fondi promosse dagli operai sulle piattaforme Ener2Crowd e Produzioni dal Basso, che hanno raccolto rispettivamente 983 mila e 166 mila euro grazie al contributo di circa 2.000 sottoscrittori. Il piano di reindustrializzazione elaborato nel corso degli anni prevedeva la riconversione dell’ex stabilimento GKN in un impianto per la produzione e il riciclo di pannelli fotovoltaici, mentre le cargo bike («fondamentalmente una bici “con bagagliaio”. Muscolare o elettrica», si legge nella pagina [2] dedicata) avrebbero rappresentato una produzione complementare. Tra mancanza di fondi e atteggiamento attendista delle istituzioni, i lavoratori procederanno con il percorso inverso (prima le biciclette, poi la linea industriale dei pannelli fotovoltaici) rispetto a quanto inizialmente immaginato e, soprattutto, procederanno da soli.
Assieme all’avvio della produzione di cargo bike è stato annunciato anche un programma di formazione per l’installazione e il riciclo dei pannelli fotovoltaici, attività per cui – riporta Altreconomia [3] – Banca Etica si è già detta disponibile a fornire un finanziamento. Il piano sarà implementato nei prossimi cinque anni e impiegherà quasi 50 lavoratori: 24 nel primo anno e un totale di 47 entro il quinto. Le stime prevedono investimenti per 3,7 milioni di euro, di cui 1,8 milioni in prestiti, utili a partire dal 2028, ricavi pari a 2,9 milioni di euro al termine del primo anno di attività e a 6,1 milioni nel 2030. Prosegue parallelamente lo sviluppo della Società operaia di mutuo soccorso, con le sue attività di ristoro e consegna, l’emporio, la birreria e la pizzeria popolare. Resta invece da definire il destino dello stabilimento di Campi Bisenzio, per il quale – almeno per ora – non sono ancora stati avanzati progetti industriali concreti.
Non si ferma, comunque, la mobilitazione dei lavoratori, che continua a ruotare attorno al principio della coesione sociale. La stessa campagna di reindustrializzazione nasce infatti dal percorso di lotta degli ultimi anni, che ha portato il collettivo a chiedersi verso chi e verso cosa dovesse essere riorientata la produzione: «Ne è nata la convinzione della necessità di produrre per la riconversione ecologica», nell’ottica di rispondere ai bisogni della comunità. Non a caso, si legge nel comunicato di presentazione dell’assemblea del 12 luglio, la campagna messa in atto ha preso il nome di “Un’azione contro il riarmo”: «Perché intende: dimostrare concretamente la possibilità di una riconversione ecologica per smentire la menzogna economica della riconversione bellica; creare un precedente diverso a fronte di decenni di delocalizzazioni, fabbriche chiuse e licenziamenti che finiscono sempre nello stesso modo; affermare come il movimento contro il riarmo non può limitarsi al terreno della logistica o del puro movimento d’opinione. Deve sapere indicare anche l’alternativa nella produzione».