Un raro batterio riconducibile alle operazioni di un data center di Meta in costruzione ha contaminato il sistema di recupero e riutilizzo delle acque reflue della città di Cheyenne, nel Wyoming, costringendo le autorità a sospenderne l’utilizzo, avviare una complessa bonifica e modificare le norme che regolano gli scarichi industriali. Sebbene la rete idrica destinata al consumo umano non sia stata coinvolta, l’episodio ha aperto uno scontro politico tra l’amministrazione locale e il colosso di Mark Zuckerberg, finito sotto accusa per le conseguenze ambientali del progetto.
L’episodio [1] è venuto alla luce lo scorso febbraio, durante le verifiche del Board of Public Utilities (BPU), l’ente che sovrintende al sistema idrico di Cheyenne. Durante le analisi di routine, gli ispettori hanno rilevato la presenza di Cupriavidus gilardii, un batterio estremamente raro, nel circuito delle acque reflue trattate destinate all’irrigazione di parchi pubblici, aree verdi e campi da golf. Sebbene il microrganismo rappresenti un rischio limitato per la popolazione generale e sia considerato potenzialmente pericoloso soprattutto per soggetti gravemente immunodepressi, la sua presenza ha immediatamente fatto scattare l’allarme. Per mesi, le autorità hanno cercato di individuare l’origine della contaminazione, fino a ricondurla alle operazioni di collaudo del Project Cosmo, il campus da circa 800 milioni di dollari che Meta sta realizzando alla periferia della città.
Secondo quanto ricostruito dalle autorità, il batterio sarebbe stato immesso nella rete fognaria durante le operazioni di fill-and-flush, la procedura con cui vengono riempite e lavate le tubazioni degli impianti di raffreddamento prima della loro entrata in funzione. Si tratta di un passaggio tecnico normalmente previsto nella costruzione dei grandi data center, ma nel caso di Cheyenne gli scarichi provenienti dal cantiere avrebbero contaminato il sistema di recupero delle acque reflue, rendendo inutilizzabile tutta l’acqua destinata al riuso. Da quel momento, la città è stata costretta a interrompere completamente il programma di riciclo, svuotare serbatoi e condotte, procedere con ripetute operazioni di disinfezione e sostenere costi aggiuntivi per garantire il servizio. Parallelamente, il BPU ha revocato in via definitiva l’autorizzazione agli scarichi industriali del cantiere di Meta, imponendo che tutte le acque reflue prodotte vengano trasportate e smaltite fuori sede. Ancora più significativa la decisione di modificare i regolamenti cittadini: d’ora in avanti, nessun nuovo data center dotato di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso potrà più scaricare le proprie acque nel sistema fognario municipale.
Meta ha dichiarato di essere intervenuta non appena informata del problema, sostenendo che il batterio non abbia mai contaminato la rete dell’acqua potabile né sia stato rilevato negli impianti del cantiere dalle analisi commissionate dall’azienda. Il gruppo di Menlo Park afferma di aver sospeso volontariamente gli scarichi e avviato verifiche interne in collaborazione con le autorità locali. A intervenire è stata anche la deputata repubblicana del Wyoming Harriet Hageman, che ha inviato una lettera direttamente a Mark Zuckerberg chiedendo chiarimenti sull’origine della contaminazione e criticando il ritardo con cui i cittadini sarebbero stati informati dell’accaduto.
Il caso di Cheyenne non è isolato. Negli Stati Uniti cresce [2] la mobilitazione contro i data center, infrastrutture presentate come motori di sviluppo ma accusate di aggravare le bollette, prosciugare le risorse idriche, aumentare l’inquinamento e restituire ai territori pochi posti di lavoro rispetto agli investimenti miliardari ricevuti. Secondo Data Center Map [3], nel Paese sono attivi quasi 4.500 data center e i più grandi possono consumare fino a 300.000 galloni d’acqua al giorno, l’equivalente del fabbisogno di circa mille famiglie. Nel solo primo trimestre del 2026, le proteste locali avrebbero contribuito a sospendere o cancellare progetti per circa 130 miliardi di dollari. L’episodio del Wyoming rende tangibile ciò che spesso resta ai margini del dibattito sull’intelligenza artificiale: la rivoluzione digitale non è immateriale, ma ha un costo materiale ben preciso e difficilmente sostenibile. Mentre profitti e potere si concentrano nelle mani delle Big Tech, il prezzo delle infrastrutture necessarie a sostenerla viene scaricato esclusivamente sulle comunità locali, chiamate a convivere con un crescente consumo di acqua, energia e suolo e a subire le conseguenze ambientali che ne derivano.