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Le notizie le decide un algoritmo: ora lo si può correggere

Forse non è noto a tutti, ma è possibile scegliere le testate da cui arrivano le notizie che vedi ogni giorno su Google. Sembra un gesto tecnico e neutro, ma non lo è: incide profondamente sulla propria visione del mondo e, nella pratica, su come viene costruita la propria realtà, fino a cosa si compra, dove si va o per chi si vota.

Il motore di ricerca chiama questa funzionalità «Fonti preferite»: lanciata negli Stati Uniti e in India nell’agosto 2025, estesa a tutte le lingue del mondo alla fine di aprile 2026, dalla fine di maggio agisce anche dentro le risposte generate dall’intelligenza artificiale, non solo tra le notizie principali. Il meccanismo è semplice: si apre google.com/preferences/source, oppure si tocca la stellina accanto al modulo delle notizie, si cerca una testata e la si aggiunge. Da quel momento i suoi articoli compaiono più spesso, segnalati da un’etichetta ben visibile. Google dichiara che gli utenti cliccano più del doppio sulle fonti che hanno scelto rispetto a un risultato qualunque proposto dall’algoritmo, mentre le fonti selezionate nel mondo hanno già superato le 345mila: da piccoli blog locali alle maggiori testate internazionali.

Il punto interessante è però un altro: per la prima volta un lettore può correggere, almeno in parte, ciò che un algoritmo decide al posto suo. Fino a ieri la selezione delle notizie che arrivavano a una persona dipendeva quasi per intero da un sistema di ranking che premia ciò che genera più clic, più permanenza sulla pagina, più pubblicità venduta. E ciò che genera più clic, lo sappiamo da decenni, è quasi sempre ciò che spaventa [1]. Una popolazione convinta che il mondo sia sull’orlo del baratro chiede protezione, si fida più facilmente di chi promette ordine, accetta misure eccezionali. La paura non produce solo rassegnazione: produce anche obbedienza. Non è un caso che il sistema che ci informa sia costruito, quasi ovunque, sugli stessi incentivi economici.

Non è un invito ad affidarsi a un’unica fonte, tantomeno alla nostra, anche perché sarebbe la stessa logica dell’algoritmo applicata al contrario, con un padrone diverso ma identico automatismo. È un invito a costruire, con un gesto che richiede trenta secondi, un paniere di fonti scelto in prima persona e non subito per inerzia. Tra queste testate, secondo noi, dovrebbe entrare anche chi non vive di pubblicità né di fondi pubblici: il modello economico di chi scrive resta il primo indicatore di cosa quel giornale è incentivato a raccontare, e di cosa invece gli conviene tacere. L’Indipendente non ospita pubblicità e non riceve contributi pubblici; si sostiene con gli abbonamenti e le donazioni dei lettori, senza dover rispondere a un inserzionista o a chi eroga fondi pubblici. Per aggiungerci [2] come fonte preferita bastano gli stessi trenta secondi: sul link di Google basta cercare «lindipendente.online».

Una corretta dieta informativa non si misura però solo dalla varietà delle testate in home page. Si misura da quanto cambia, concretamente, la vita di chi legge. Chi incrocia un’inchiesta di consumo critico prima di fare la spesa non sta solo leggendo una notizia: sta cambiando il proprio carrello. Chi scopre che la povertà estrema nel mondo si è più che dimezzata in trent’anni — un dato che l’89 per cento delle persone intervistate dalla Gapminder Foundation ha indicato come sbagliato — comincia a guardare le crisi quotidiane con una prospettiva diversa, non più consolatoria ma più accurata. Non si tratta di sostituire una narrazione distorta con una uguale e contraria: si tratta di restituire la complessità che l’informazione costruita sulla paura toglie ogni giorno: le vittorie insieme alle sconfitte, i dati insieme agli allarmi, contraddizioni comprese.