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L’indegno scaricabarile europeo sul bando ai prodotti delle colonie israeliane

All’indomani della riunione del Consiglio degli Esteri dell’UE, la questione dell’interruzione del commercio con le colonie israeliane resta sospesa nel vuoto. Da un lato, diversi Stati membri sollecitano la Commissione a presentare una proposta formale; dall’altro, l’esecutivo europeo rinvia ogni decisione all’orientamento che emergerà tra i Ventisette. Il risultato è uno stallo istituzionale che, di fatto, conferma l’immobilismo europeo di fronte alle violazioni israeliane del diritto internazionale. Nel frattempo, Tel Aviv continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti, mentre l’UE discute della natura giuridica delle eventuali misure sui beni prodotti nelle colonie: i Paesi favorevoli allo stop sostengono che si tratti di una questione commerciale, approvabile a maggioranza qualificata, mentre altri la qualificano come una decisione di politica estera, soggetta all’unanimità. In questo quadro spicca la contraddittorietà della posizione di Tajani, che da un lato non esclude il sostegno dell’Italia allo stop al commercio con le colonie e dall’altro sostiene che la misura debba essere approvata all’unanimità.

La riunione [1] del Consiglio Affari Esteri dell’UE di ieri, 13 luglio, si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto. Al centro delle discussioni vi era il cosiddetto “documento delle opzioni” presentato dalla Commissione europea la scorsa settimana. Il testo non è pubblico, ma il suo contenuto è stato ricostruito da Euronews [2], che afferma di averne visionato una copia. Il documento, lungo due pagine, non costituisce una proposta formale, ma delinea tre possibili opzioni per intervenire sul commercio con le colonie israeliane: imporre una licenza di importazione alle aziende che acquistano beni provenienti dagli insediamenti, aumentare le tariffe doganali fino a renderne economicamente proibitiva l’importazione oppure vietare del tutto il commercio. Al termine della riunione, l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas [3], ha dichiarato che «l’opzione che ha ottenuto il maggior sostegno» è proprio quest’ultima.

«Maggior sostegno», tuttavia, non significa maggioranza. Nonostante «tutti i 27 Stati membri concordano sul fatto che gli insediamenti israeliani siano illegali secondo il diritto internazionale», come rimarcato da diverse [4] risoluzioni [5] dell’ONU e di tribunali internazionali, al termine della riunione solo 11 Paesi – tra cui Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia – si sarebbero espressi a favore del divieto totale delle importazioni provenienti dalle colonie israeliane, mentre 8 si sarebbero opposti e altri 8 non avrebbero preso posizione. Sul tavolo continua a mancare una proposta formale della Commissione, passaggio necessario perché il Consiglio possa pronunciarsi sulla questione. Se da una parte diversi governi continuano a sollecitare l’esecutivo europeo a presentare una proposta, dall’altra la Commissione pare prendere tempo e attendere che il Consiglio raggiunga una quadra. In mezzo a questo scaricabarile di responsabilità, Kallas ha annunciato che i ministri dei Ventisette hanno incaricato gli ambasciatori del Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, di proseguire l’esame delle opzioni elaborate dalla Commissione, rinviando così ulteriormente l’eventuale avvio dei negoziati su una misura specifica.

Il nodo cruciale emerso dalla riunione di ieri riguarda l’inquadramento giuridico dell’eventuale proposta della Commissione. Quando presenta un atto legislativo, l’esecutivo europeo ne individua infatti la base giuridica. Nel caso del commercio con le colonie israeliane, la misura potrebbe essere qualificata come una questione di politica estera oppure di politica commerciale. Nel primo caso sarebbe necessaria l’unanimità dei Ventisette, che al momento pare lontana; nel secondo basterebbe invece la maggioranza qualificata, pari ad almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’UE, soglia che secondo diversi osservatori potrebbe essere raggiunta. Il dibattito giuridico si è così rapidamente trasformato in uno scontro politico: gli Stati favorevoli a misure contro le colonie sostengono che la questione rientri nella politica commerciale, mentre quelli contrari ritengono che abbia natura di politica estera. La Commissione stessa ritiene che sarebbe necessaria l’unanimità, mentre Kallas ha riferito che il Servizio giuridico del Consiglio ritiene applicabile la procedura a maggioranza qualificata. In questo dibattito spicca la posizione di Tajani, che pare volere tenere i proverbiali due piedi in una scarpa: il titolare della Farnesina ha mostrato parziale apertura all’eventuale introduzione di un blocco totale del commercio con le colonie israeliane, ma ha sostenuto che una simile misura dovrebbe essere approvata all’unanimità, requisito che condannerebbe una eventuale proposta a una quasi inevitabile bocciatura.

Allo stato attuale, lo stallo sembra destinato a protrarsi. Sebbene Kaja Kallas non abbia escluso la convocazione di riunioni straordinarie, il prossimo Consiglio Affari Esteri è previsto per il 12 ottobre, a sole due settimane dalle elezioni politiche in Israele. La concomitanza dei due appuntamenti rischia di complicare ulteriormente il dossier: non è infatti escluso che alcuni Stati membri preferiscano attendere l’esito del voto prima di affrontare la questione del commercio con le colonie. Nel frattempo, Israele continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti. Domenica 12 luglio il governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di 450 abitazioni nel quartiere palestinese di Umm Lison, nella Gerusalemme Est occupata, rilanciando un progetto rimasto fermo per oltre due anni a causa di problemi infrastrutturali.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.