A Lacchiarella, centro della città metropolitana di Milano, circa duecento persone hanno manifestato per bloccare la realizzazione del più grande data center in Italia. L’opera, finanziata dal fondo Pimco con tre miliardi di euro, andrà a occupare una superficie pari a trenta campi da calcio. I cittadini contestano il massiccio impatto ambientale dell’impianto, che consumerà annualmente energia quanto cinquecentomila famiglie e rischia di surriscaldare la zona circostante. Il comitato locale ha denunciato violazioni della direttiva europea Seveso sui rischi industriali, legate all’enorme stoccaggio di gasolio per i generatori d’emergenza, sollevando anche i dubbi dell’Istituto Superiore di Sanità. La mobilitazione punta a trasformarsi in un movimento regionale, opponendosi alla forte concentrazione di queste strutture nella Pianura Padana e a un disegno di legge nazionale che minaccia di sottrarre ogni controllo ai Comuni.
«Quando emergono criticità di questo rilievo e i progetti proseguono comunque il loro iter autorizzativo, è inevitabile che i cittadini si domandino se chi è chiamato a vigilare stia svolgendo fino in fondo il proprio ruolo» commenta il Comitato per la Tutela del Territorio Certosino. A costituire un problema rilevante, spiega Enrico Duranti – del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio – sono le emissioni derivanti dai 160 generatori che costituiscono l’opera. Il consumo stimato dall’azienda, infatti, è quello di 2 terawatt l’anno, all’incirca pari a quello di mezzo milione di famiglie. Quella di Lacchiarella, comune di appena 9 mila abitanti, rappresenta la prima manifestazione di questo genere in Lombardia, la prima Regione italiana ad approvare [1] un progetto di legge (il 150/2025) per regolamentare e incentivare l’apertura dei data center.
L’idea alla base della normativa sarebbe quella di assicurare che le strutture sorgano in aree dismesse da riqualificare e che adottino soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale. Queste sono individuate come «prioritarie», ma le imprese possono comunque scegliere di realizzare gli impianti altrove (versando un contributo di costruzione maggiorato). Interesse centrale, infatti, non è tutelare il territorio, quanto attirare gli investimenti nel settore digitale. La Lombardia rappresenta ad oggi il principale [2] polo per lo sviluppo dei data center in Italia, con la maggior parte dei 14 progetti già approvati dal governo che si trovano in questa Regione. Sono almeno una decina i Comuni interessati tra le province di Milano, Pavia e Bergamo, con Microsoft, Amazon e la francese Data4 tra i principali committenti. Le richieste, tuttavia, sono molte, molte di più.
Eppure, per quanto complesso sia stimare l’impatto ambientale di queste strutture, alcune stime esistono. Secondo uno studio [3] internazionale pubblicato nel marzo di quest’anno, nelle aree scarsamente abitate, i microclimi che si creano per effetto dell’attività dei data center portano a un innalzamento medio delle temperature di 2 °C circa, con picchi fino a 9 °C – con potenziali ripercussioni su centinaia di milioni di persone. Oltre a ciò, la presenza di questi centri sul territorio è stata ricollegata, negli Stati Uniti, oltre che al riscaldamento ambientale, all’aumento dell’inquinamento (atmosferico, acustico e luminoso) e al peggioramento dei servizi idrici, anche ad aumenti in bolletta del costo dell’energia elettrica. Per questo motivo, anche negli USA ha preso il via un movimento [4] che si oppone alla loro costruzione e che ad oggi è riuscito a far sospendere o cancellare del tutto circa 130 miliardi di dollari di investimenti nel settore.