Dopo un lungo iter processuale pieno di colpi di scena, è arrivato forse il vero punto di svolta al cruciale processo sulla “‘Ndrangheta stragista” in corso a Reggio Calabria. La Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Angelina Bandiera e a latere Caterina Asciutto, ha condannato all’ergastolo il boss siciliano Giuseppe Graviano e quello calabrese Rocco Santo Filippone in qualità di mandanti degli attentati ai carabinieri consumati nella prima metà degli anni Novanta a Reggio Calabria e provincia. I due padrini erano già stati condannati in primo grado nel 2020 e nel primo processo d’Appello nel 2023, ma la Cassazione aveva annullato la sentenza con rinvio. Il processo è risultato fino a oggi fondamentale per sviscerare le implicazioni politiche dietro gli attentati e le convergenze tra gli interessi di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, massoneria coperta e apparati deviati dello Stato in una delle fasi più critiche per il Paese.
Con questo nuovo verdetto, i giudici hanno confermato l’impianto accusatorio della DDA di Reggio Calabria, secondo cui gli attentati ai danni dei carabinieri – l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo del 18 gennaio 1994, il tentato omicidio dei carabinieri Pasqua e Ricciardo e il tentato omicidio dei carabinieri Musicò e Serra (risalenti agli ultimi mesi del ’93) – rientrerebbero nel novero delle “stragi continentali” che videro procedere a braccetto la consorteria siciliana e quella calabrese. Secondo i pm, infatti, la ‘Ndrangheta «agì, attraverso le sue componenti apicali, d’intesa con quella siciliana», trovando un fondamentale interlocutore in Giuseppe Graviano. Tale legame sarebbe stato rappresentato anche da quelle che il pentito Girolamo Bruzzese ha definito «doppie affiliazioni», in riferimento ai criminali calabresi «Paolo De Stefano, Peppe e Mommo Piromalli, Nino Pesce, Pino Mammoliti, Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Nino Molè, Nino Gangemi, qualcuno degli Alvaro».
Nelle motivazioni [1] con cui la precedente Corte d’Appello aveva condannato Graviano e Filippone si attestava come la strategia stragista andata in scena nella prima metà degli anni Novanta avrebbe visto il ruolo attivo non solo della mafia siciliana e calabrese, ma anche di massoneria coperta e servizi segreti deviati. Nella pronuncia, la Corte aveva espressamente fatto riferimento ad «accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici, in una evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente (il riferimento è alla Democrazia Cristiana, ndr) che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro ‘desiderata’». Cosa Nostra e ‘Ndrangheta avrebbero lavorato alla creazione di «un nuovo piano politico a carattere autonomista», con la nascita di un vero e proprio movimento, che «sosteneva temi sul fronte della giustizia, quali la modifica della legislazione antimafia». Tale progetto sarebbe poi stato messo da parte «in favore dell’appoggio al nascente partito di Forza Italia, con alcuni dei cui esponenti i siciliani avevano avviato contatti, tant’è che le stragi cessarono nel corso dell’anno 1994, sussistendo l’aspettativa che il nuovo soggetto politico avrebbe “aiutato” le organizzazioni criminali che l’avevano elettoralmente sostenuto».
Tuttavia, dopo che i giudici di primo e di secondo grado erano stati concordi nel ritenere «granitiche» le prove in ordine al ruolo avuto dalla mafia calabrese nella campagna di attentati che insanguinarono l’Italia all’inizio degli anni Novanta, gli ergastoli a Graviano e Filippone erano stati annullati con rinvio dalla Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione [2]. Per questo si è tenuto un altro processo d’appello, terminato ancora una volta con la condanna all’ergastolo dei due boss. Saranno le motivazioni a chiarire in maniera complessiva il quadro della vicenda, che ora, a livello processuale, si avvia verso la sua definizione.