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Crolla l’ennesimo teorema contro gli anarchici: liberati i 7 arrestati per terrorismo

Sono state scarcerate le sette persone arrestate il 16 giugno con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo o di eversione all’ordine democratico. La Procura di Roma le aveva indicate come facenti parte di una “cellula” anarchica, accusando due di loro di essere anche responsabili di alcuni sabotaggi alle linee ferroviarie dell’Alta velocità nel febbraio di quest’anno. Cinque degli indagati hanno dovuto trascorre oltre tre settimane in prigione, mentre altri due si trovavano ai domiciliari. Erano poi state condotte perquisizioni, sequestri, oltre allo sgombero di uno storico squat anarchico romano, il Bencivenga. Alcuni quotidiani avevano anche fatto un richiamo agli anni di piombo, parlando di un “terrorismo anarchico” alla ribalta e riportando nomi, cognomi e i presunti “ruoli” del suddetto gruppo. Un castello di carta fatto crollare dal tribunale del riesame, che ha accolto l’istanza del collegio difensivo composto dagli avvocati Calia, Grenci, Rossi Albertini e Mosini che sottolineava “l’assenza di qualsiasi elemento idoneo a dimostrare l’esistenza di una associazione e la sua connotazione terroristica”.

Le accuse della procura partivano da alcune registrazioni realizzate in un vecchio casale a Sambuci, nei pressi di Roma, uno stabile occupato e poi abbandonato anni fa. La Digos, nel 2024, aveva installato microfoni nascosti e telecamere alla ricerca di un latitante anarchico poi arrestato a febbraio 2025 in Spagna. Ma microfoni e telecamere erano rimasti lì. Accesi. E hanno registrato le discussioni di un gruppo di persone che lì si era ritrovato tra l’11 e il 13 luglio 2025. Su alcune frasi, riflessioni e ragionamenti collettivi è stato costruito l’intero apparato accusatorio. Molti giornali hanno prontamente riportato pezzi di discorsi sconnessi che sembrano alludere a grandi azioni di sabotaggio e volontà bombarole. Hanno rilanciato un video, realizzato dalla stessa polizia, in cui sembrano dare per certa una colpevolezza mai provata. Sotto accuse ci sono infatti parole, discussioni a voce alta, analisi. Ma nessun fatto, e nessuna prova concreta. Solo due degli indagati sono accusati del sabotaggio alla linea ferroviaria del 14 febbraio scorso, quando un danneggiamento ha paralizzato il traffico ferroviario nel bel mezzo delle Olimpiadi invernali. L’azione fu rivendicata in un comunicato [1] pubblicato su siti anarchici come un gesto pratico contro le aziende produttrici di armi, contro l’accordo tra RFI e Leonardo sulla mobilità di forze e materiali bellici, e contro la speculazione e la devastazione portata dalle Olimpiadi. Un’azione che aveva bloccato le linee di mezza Italia e causato circa 455mila euro di danni a RFI. Ma di nuovo, le prove mancano.

Nei giorni di quegli arresti era in discussione il ricorso contro il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito, l’anarchico sopravvissuto a sei mesi di sciopero della fame proprio contro il regime in cui era detenuto e l’ergastolo ostativo. Per un attimo sembrava che quel rinnovo, quasi automatico per i circa 750 detenuti nelle maglie del carcere duro del 41 bis, fosse in discussione. Ma il 1 luglio, forse complice il boom mediatico e gli arresti per 270bis, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto il ricorso della difesa, confermando il rinnovo della misura per altri due anni. Tempistiche che fanno riflettere, date anche le presunte connessioni evidenziate dall’accusa tra la “cellula” romana e il loro impegno nella lotta contro il 41 bis. E che portano a chiedersi se questo ennesimo castello di carta fosse soprattutto un modo per continuare a tenere Cospito in regime duro.

Ora che le misure cautelari sono cadute, i sette indagati sono tornati liberi. Restano dietro le sbarre due altre persone arrestate a seguito delle perquisizioni del 16 giugno a cui sono stati trovati opuscoli e materiali cartacei che servivano, secondo l’accusa, ad “auto-addestrarsi”. Sempre con “finalità di terrorismo”. Per essere etichettati come “terroristi”, infatti, ora sono sufficienti le parole. È quanto prevede l’articolo 270-quinquies.3 del decreto dell’11 aprile 2025, che incrimina la mera detenzione di materiale cartaceo o telematico – il “terrorismo della parola”, punibile con la reclusione dai 2 ai 6 anni. Per loro si attende il responso del Riesame.

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Monica Cillerai

Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con un master in Risk Analysis and Management all'Università di Scienze Politiche di Bordeaux. Per L'Indipendente è corrispondente dal Medio Oriente oltre a scrivere di immigrazione e frontiere, estrattivismo e tematiche ambientali.