Doveva essere un semplice passaggio verso la digitalizzazione dei documenti dei cittadini, ma, complice l’alto numero di documenti cartacei ancora presenti sul territorio nazionale, la transizione alla Carta di Identità Elettronica (CIE), sta diventando un problema difficile da gestire. Così come accade per molti aspetti burocratici che incidono profondamente sulla vita dei cittadini, la vicenda non è stata lineare e affonda le radici ormai a quasi 30 anni fa: non è infatti la prima volta che il progetto s’inceppa. La CIE nasce già nel 1997, all’interno della riforma della pubblica amministrazione firmata dal ministro Franco Bassanini: doveva affiancare la Carta Nazionale dei Servizi, l’antenata di quella che oggi conosciamo come tessera sanitaria. Ma tra l’annuncio e la prima carta consegnata a un cittadino passano quattro anni. Nel 2001 parte la sperimentazione, limitata a 83 comuni: un banco di prova per stanare i difetti di hardware e software prima di allargare il progetto su scala nazionale. Il secondo tentativo arriva nel 2004, con un modello aggiornato – la versione 2.0 – pensato apposta come pilota per la diffusione su tutto il territorio.
È il ministro Lucio Stanca, nel 2005, a fissare un termine: dal 2006 in poi, la carta cartacea andrà abbandonata ovunque. La produzione finisce nelle mani di una società controllata da Finmeccanica e dal Poligrafico dello Stato, il prezzo si attesta sui 30 euro a tessera, poi ridotto a 20. Il termine perentorio viene però disatteso: a fine 2009 le carte emesse sono poco meno di due milioni, in appena 153 comuni su 8mila, zavorrate da materiali scadenti e da una tecnologia in mano a un fornitore privato.
Bisogna aspettare il 2015 perché lo Stato riprenda in mano il progetto: un decreto stanzia 60 milioni di euro e affida la produzione in via esclusiva al Poligrafico, superando anche il Documento Digitale Unificato varato dal governo Monti tre anni prima. Nasce così il nuovo formato in policarbonato, distribuito a partire dal 2016. Il design viene poi rivisto tra il 2019 e il 2022, per adeguarsi al regolamento europeo sulla sicurezza dei documenti d’identità.
E qui arriviamo ai giorni nostri. Un decreto legge del febbraio 2026 stabilisce che le carte rilasciate dal 30 luglio 2026 a chi ha 70 anni o più avranno durata illimitata e saranno utilizzabili anche per l’espatrio. Poi, però, le cose si complicano: una circolare ministeriale fissa [1] al 3 agosto 2026 la fine della carta cartacea come titolo di viaggio, aprendo di fatto la fase più caotica di tutto il percorso.
Sono milioni gli italiani che ancora posseggono quella di carta, che a breve non sarebbe più stata valida per andare all’estero. La corsa agli sportelli diventa quasi subito una corsa a ostacoli. Le agende dei Comuni si riempiono in poche settimane, e chi ha un volo prenotato rischia di ritrovarsi con un documento buono per tutto tranne che per partire. Per disinnescare l’ingorgo il governo interviene a fine giugno con il decreto-legge 108/2026 [2]: non cancella la scadenza del 3 agosto, la sfuma. La carta cartacea, se non già scaduta, resta valida fino al 31 gennaio 2027 per i rapporti con la pubblica amministrazione, la sanità, la previdenza, le operazioni in banca e alle Poste. Non vale più, invece, per l’espatrio: da quella data, chi vuole varcare un confine ha bisogno della CIE, oppure del passaporto.
Per chi sta in mezzo e non ha ancora la CIE, ma deve comunque partire – e si tratta di parecchie persone, visto il periodo estivo – il decreto inventa un terzo documento: la carta d’identità provvisoria, rilasciata dal sindaco nei soli casi di urgenza e valida fino al 31 dicembre 2027. In teoria è un titolo di viaggio a tutti gli effetti, ma al momento del rilascio il cittadino viene avvertito che alcuni Stati potrebbero non riconoscerlo, e che sta a lui verificare in anticipo se il Paese di destinazione lo accetta. Successivamente, una volta ottenuta la CIE, il documento provvisorio andrà restituito al Comune.