A Parigi, martedì sera, i rappresentanti dei collettivi delle vittime della polizia vengono accompagnati fuori dall’aula di Palazzo Borbone al grido di «Pas de justice, pas de paix», (niente giustizia, niente pace). Alle loro spalle, l’Assemblea Nazionale ha appena approvato, 313 voti contro 199, un testo che ritiene legale ogni colpo d’arma da fuoco esploso da un agente o da un gendarme, salvo prova contraria. Amnesty International lo definisce «un voto della vergogna».
Il testo era stato depositato a fine 2024 dal deputato dei Les Républicains Éric Pauget come proposta di «legittima difesa» per le forze dell’ordine. A gennaio il governo lo riscrive con un emendamento del ministro dell’Interno Laurent Nunez: non più «legittima difesa» ma «presunzione di legalità» dei colpi sparati. Chi indossa la divisa e fa fuoco è, da subito, presunto nel giusto: sarà la procura, non più l’agente, a dover dimostrare il contrario. Il testo passa ora al Senato, in un Paese dove le sparatorie mortali della polizia sono tra le più numerose d’Europa e in crescita: 69 morti nel 2024, contro 49 nel 2023 e 50 nel 2022. Pesa un precedente: la legge Cazeneuve del 2017 aveva già allargato le condizioni d’uso delle armi anche contro veicoli in movimento, e da allora i colpi mortali su persone in auto si sono quintuplicati.
Il deputato di sinistra Pouria Amirshahi ha avvertito in aula che la norma spingerà semplicemente più agenti a sparare, convinti di non dover mai rendere conto: una legge, dice, che istituzionalizza l’impunità della polizia. Oltre 500mila persone hanno firmato una petizione [1] contro il testo, promossa da Issam El Khalfaoui, il cui figlio fu ucciso da un poliziotto nel 2021. Amnesty cita il caso di Nahel Merzouk, ucciso a Nanterre nel 2023 durante un controllo stradale: fu un video a smentire la legittima difesa invocata dall’agente, oggi imputato per omicidio volontario. Contro il testo si schierano anche la Commissione nazionale consultiva dei diritti umani (CNCDH), che ne chiede il ritiro, la Défenseure des droits francese e la Ligue des droits de l’homme, secondo cui l’impianto organizza l’impunità delle forze dell’ordine; persino un sindacato di polizia, la CGT-Intérieur, si è opposto. Tra il 2017 e oggi, ricordano le associazioni, dei casi di sparatorie della polizia arrivati a una conclusione giudiziaria meno del 2% si è chiuso con una condanna definitiva: l’impunità, dicono, esiste già nei fatti; la nuova legge si limita a scriverla nero su bianco.
In Italia lo stesso obiettivo ha preso una strada più lenta ma altrettanto lineare. Il governo Meloni ci lavora dal 2024: nell’aprile 2025 il decreto 48 rafforza le tutele economiche degli agenti ma lascia fuori, per le riserve del Quirinale, lo scudo penale già scritto; a novembre lo ripropone Fratelli d’Italia con una proposta di legge sull’articolo 335 del codice di procedura penale, firmata dal capogruppo Bignami. Poi arriva il caso Rogoredo — il poliziotto Carmelo Cinturrino uccide un uomo dichiarando legittima difesa, versione smentita dalle indagini — insieme agli scontri di Torino. Basta per far approvare, il 5 febbraio 2026, il decreto [2] che il 24 aprile diventa legge 54.
La prima misura è lo scudo penale. Non sposta l’onere della prova come in Francia, e proprio per questo il governo nega che si tratti di uno “scudo”: quando appare evidente una causa di giustificazione, il pm non iscrive l’agente nel registro degli indagati ma lo annota in un modello separato, con termini più lunghi — fino a 150 giorni — per decidere se archiviare. Vale per chiunque, non solo per le forze dell’ordine, per evitare l’incostituzionalità: un dettaglio che non cambia la sostanza, e cioè alleggerire la posizione di chi usa la forza per conto dello Stato.
La seconda è il fermo preventivo: fino a 12 ore di trattenimento in questura per chi, sulla base di precedenti o segnalazioni negli ultimi cinque anni, è ritenuto un pericolo per lo svolgimento pacifico di una manifestazione. Il 29 marzo, 91 persone dell’area anarchica radunate al Parco degli Acquedotti di Roma per commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti dieci giorni prima assemblando un ordigno, sono state bloccate e identificate [3] senza aver commesso alcun reato: la Questura aveva vietato la commemorazione per «l’inclinazione ideologica dell’anarchismo». Meloni ha rivendicato l’episodio sui social, scrivendo che: «Il decreto sicurezza funziona».
Il 30 giugno Amnesty International pubblica [4] una dichiarazione sulla legge 54: minaccia, scrive, libertà di movimento, di espressione, di riunione pacifica e diritto a un giusto processo, e ne chiede l’abrogazione integrale. Amnesty richiama anche i dubbi già espressi [5], separatamente, dal CSM e dalla Cassazione sulla tenuta costituzionale della norma.
Parigi e Roma non si stanno copiando a vicenda: arrivano, per strade diverse, alla stessa destinazione. Da un lato si allarga il numero dei reati per chi protesta, dall’altro si restringe il controllo giudiziario su chi reprime. Non è un’anomalia francese e nemmeno un’invenzione italiana: è la stessa scommessa repressiva, scritta in due lingue diverse.