Mentre il Venezuela tenta ancora di fare i conti con il terremoto che il 24 giugno scorso ha colpito il Paese, provocando oltre 3600 vittime, migliaia di feriti, circa 15.000 sfollati e danni enormi a ospedali, abitazioni e infrastrutture, dagli Stati Uniti arrivano messaggi di cordoglio e la promessa di aiuti umanitari. Una solidarietà che appare, però, difficilmente conciliabile con la realtà. Lo stesso governo che oggi si presenta come “soccorritore” continua, infatti, a trattenere miliardi di dollari appartenenti a Caracas, mantiene un rigido regime di sanzioniche soffoca l’economia venezuelana e controlla una parte rilevante delle entrate petrolifere del Paese. Risorse che potrebbero essere utilizzate per affrontare l’emergenza e avviare la ricostruzione.
Le prime stime [1] del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) quantificano i danni provocati dal sisma in circa 6,7 miliardi di dollari, quasi il 6% dell’intero PIL venezuelano. La risposta di Washington è arrivata attraverso una licenza straordinaria dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), la General License 60 [2], che autorizza temporaneamente alcune operazioni umanitarie. Il Dipartimento del Tesoro ha espresso le proprie condoglianze e concesso deroghe per facilitare gli aiuti. La decisione evidenzia il paradosso del sistema sanzionatorio: se è necessaria una licenza speciale per autorizzare gli aiuti, significa che le sanzioni continuano a ostacolare anche le operazioni umanitarie. Tre giorni dopo il terremoto, intervenendo alla Faith & Freedom Coalition Policy Conference di Washington, dal canto suo, Donald Trump è arrivato ad affermare che «il Venezuela è di nuovo un Paese felice, la gente balla per strada». Nel frattempo, la sua amministrazione ha annunciato 150 milioni di dollari di aiuti: una cifra modesta se confrontata con i miliardi di risorse venezuelane rimasti sotto il controllo statunitense.
Il nodo centrale resta, infatti, quello delle risorse economiche. Dopo la destituzione di Nicolás Maduro e l’insediamento del governo Rodriguez, gli Stati Uniti hanno mantenuto il controllo su una parte rilevante delle entrate petrolifere venezuelane, gestendo di fatto i flussi finanziari derivanti dalle esportazioni di greggio e subordinandone lo sblocco alle proprie scelte politiche. Secondo alcune stime [3], a oggi, gli Stati Uniti gestiscono circa il 70% delle entrate petrolifere del Paese. Lo scorso febbraio il segretario all’Energia Chris Wright aveva del resto rivendicato apertamente la strategia americana [4]: controllare le esportazioni di petrolio venezuelano e i relativi proventi fino alla formazione di «un governo rappresentativo» nel Paese. Wright aveva anche ammesso che Washington aveva già sottratto oltre un miliardo di dollari a Caracas e prevedeva di incassarne altri cinque miliardi nei mesi successivi.
Le conseguenze di questa strategia sono state quantificate da diversi studi. Secondo un’analisi dell’economista venezuelano Yosmer Arellán, pubblicata da Global South Insights e rilanciata dall’Istituto Tricontinentale di Ricerca Sociale [5], tra il 2017 e il 2024 le sanzioni statunitensi avrebbero provocato perdite per circa 226 miliardi di dollari, pari a oltre il doppio del PIL venezuelano. Già nel 2019, gli economisti Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, in uno studio del Center for Economic and Policy Research [6] (CEPR), stimavano che le restrizioni imposte da Washington avessero contribuito a oltre 40 mila morti tra il 2017 e il 2018, colpendo soprattutto la popolazione civile più vulnerabile. Gli autori sostenevano inoltre che tali misure potessero configurare una forma di «punizione collettiva» incompatibile con il diritto internazionale. Negli ultimi anni, anche diversi relatori speciali delle Nazioni Unite [7], tra cui Alena Douhan, hanno denunciato gli effetti delle sanzioni unilaterali sul godimento dei diritti umani in Venezuela, chiedendone la revoca perché incidono sull’accesso a cibo, medicinali e servizi essenziali.
Parallelamente agli aiuti, Washington [8] ha schierato oltre 900 militari in Venezuela nell’ambito della missione umanitaria guidata dal Comando Meridionale (SOUTHCOM), con altri 800 uomini dislocati tra Porto Rico e Curaçao. Per il politologo venezuelano William Serafino [9], questa presenza rischia, però, di andare oltre il semplice soccorso e di rafforzare l’influenza strategica statunitense nel Paese, anche attraverso il controllo di infrastrutture cruciali come il porto di La Guaira, principale sbocco marittimo del Venezuela. Una lettura condivisa [10] anche da alcuni osservatori regionali, secondo cui l’emergenza umanitaria potrebbe trasformarsi in un’occasione per consolidare la presenza americana in un’area di rilevanza geopolitica.