Nelle scorse settimane L’Indipendente ha venduto una parte delle sue quote, per la precisione il 18,18% delle azioni societarie. Lo abbiamo fatto attraverso un’operazione di equity crowdfunding, ossia una campagna di finanziamento collettivo tramite la cessione di quote a piccoli azionisti. L’obiettivo era raccogliere una somma compresa tra 250 e 500 mila euro in un mese: abbiamo raggiunto il traguardo massimo e sono bastati 12 giorni. Un risultato clamoroso, a detta degli stessi esperti di finanza, che ha superato praticamente tutte le operazioni analoghe fatte da aziende di qualsiasi tipo che operano in settori considerati ben più redditizi del giornalismo, come la produzione di bevande o l’immobiliare.
Gli oltre 600 investitori che hanno acquistato quote de L’Indipendente non lo hanno fatto perché abbiamo chiesto loro di “aiutare” il giornale, ma a fini di puro investimento: evidentemente convinti che, dal punto di vista economico, fosse una buona idea investire una parte dei propri risparmi in un’azienda con importanti prospettive di crescita, nella convinzione che una piccola quota societaria possa in futuro generare utili o essere rivenduta a un valore maggiore. L’Indipendente, infatti, non è in crisi e non ha alcun problema di conti. Tutt’altro. Dalla fondazione a oggi, il numero dei lettori abbonati è cresciuto costantemente, il fatturato è aumentato in media del 25% l’anno ed è sempre stato completamente reinvestito per potenziare l’attività giornalistica. Il tutto senza avere nemmeno un euro di esposizione con le banche.
In un panorama di giornali in perenne stato di crisi, costretti a elemosinare sostegno ai lettori, finanziamenti alle banche, soldi pubblici al governo e marchette alle aziende, il nostro giornale è ormai un caso di studio editoriale a livello italiano e non solo. Quel piccolo progetto utopico che abbiamo fondato cinque anni fa – senza pubblicità, senza padrini né padroni, senza fondi pubblici – continua a crescere e rappresenta ormai una solida realtà del giornalismo italiano. Partendo da zero siamo diventati tutto questo: un quotidiano online autorevole da 3 milioni di pagine lette al mese; un’applicazione scaricata da oltre 100 mila persone; una comunità social da mezzo milione di utenti; un mensile d’inchiesta e una casa editrice di libri coraggiosi, con 26 mila copie vendute in due anni. Il tutto con bilanci solidi e nessun debito: un’impresa resa possibile da oltre 10 mila abbonati, in costante crescita.
La domanda ora sorgerà giustamente spontanea in molti lettori: se non c’era bisogno di liquidità, perché avete venduto parte della società? Perché abbiamo molte idee in cantiere e perché vogliamo continuare a crescere, in modo più rapido e strutturato. L’ingresso di nuovi capitali ci permetterà di diventare un media ancora più forte, più letto e capace di incidere nel dibattito pubblico, oltre che di avviare diverse iniziative. Una di queste è già cominciata: si tratta della campagna di marketing de L’Indipendente con un testimonial di livello nazionale come Maccio Capatonda.
Visualizza questo post su Instagram
Oltre a ciò, presto si svolgerà il primo Festival de L’Indipendente, un appuntamento di più giorni, dal vivo, in cui redazione e la comunità dei nostri lettori si incontreranno insieme a tanti ospiti. Ancora qualche settimana e arriverà l’annuncio ufficiale, ma è quasi tutto definito: la trattativa con la coraggiosa amministrazione comunale che ha deciso di ospitarci è pressoché conclusa e possiamo preannunciare che il Festival si svolgerà tra meno di un anno, nella primavera del 2027.
Infine, avvieremo una sezione podcast all’interno della nostra piattaforma informativa. Un’iniziativa che partirà a settembre 2026, pensata per raggiungere nuove fasce di pubblico, allargando la nostra offerta anche nel tipo di forme comunicative adottate.
Quindi, in definitiva, abbiamo venduto una parte delle quote ai lettori per non doverci mai vendere davvero, per continuare a crescere nell’unico modo che ci interessa: senza piegarci alle logiche di mercato e dei grandi poteri economici e politici. E con l’unico obiettivo che ci guida dal primo giorno: fare giornalismo semplicemente alla ricerca della verità e in difesa dell’interesse pubblico, onorando quel ruolo di “cane da guardia della democrazia” che molti altri giornali hanno smarrito, preferendo diventare cagnolini da compagnia del potere.