C’è chi lo presenta come l’uomo destinato ad archiviare l’era Netanyahu e a riportare Israele verso un centro politico più pragmatico. Ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), Gadi Eisenkot ha fondato nel settembre 2025 il partito centrista Yashar! (“Dritto!”) dopo l’uscita dalla formazione di Benny Gantz e oggi si propone come il principale sfidante dell’attuale premier, forte di una rapida crescita nei sondaggi. Il profilo del militare sobrio, estraneo ai grandi scandali politici e segnato anche dalla perdita del figlio Gal, ucciso durante la guerra a Gaza nel 2023, gli ha consentito di intercettare una parte dell’elettorato deluso dall’attuale premier. L’immagine di “moderato” e di uomo del “cambiamento” si scontra, però, con una visione della sicurezza che, nei fatti, appare saldamente ancorata alla supremazia militare e all’uso della forza come principale strumento di deterrenza, in continuità con quella perseguita dai governi israeliani degli ultimi decenni.
Sessantasei anni, figlio di immigrati ebrei marocchini, Eisenkot [1] ha costruito la propria carriera all’interno dell’esercito, fino a diventarne capo di Stato maggiore tra il 2015 e il 2019. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, entrò nel governo di emergenza e nel gabinetto di guerra di unità nazionale, salvo uscirne alcuni mesi dopo criticando la gestione del conflitto da parte di Netanyahu e accusandolo di non avere una strategia per il dopoguerra a Gaza e di gestire il conflitto secondo logiche politiche. Da allora, ha progressivamente costruito la propria candidatura a premier, lanciando il partito Yashar e proponendosi come leader capace di ricomporre le profonde divisioni interne che attraversano Israele. Ha promesso una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi del 7 ottobre, una riforma del servizio militare e un governo “per tutti gli israeliani”. Sul piano strategico, però, le differenze con Netanyahu appaiono molto più sfumate. Eisenkot considera oggi irrealistica, nelle attuali condizioni, la nascita [2] di uno Stato palestinese e sostiene una linea di estrema fermezza nei confronti di Hamas, Hezbollah e Iran, criticando anzi Netanyahu per avere in alcune circostanze subordinato eccessivamente le decisioni militari alle richieste di Washington.
È proprio sul terreno militare che emerge l’aspetto più controverso della figura di Eisenkot. Il generale è, infatti, considerato l’ideatore della cosiddetta “dottrina Dahiya”, elaborata dopo la guerra del Libano del 2006, quando era comandante del fronte settentrionale dell’IDF. Il principio è semplice quanto radicale: rispondere agli attacchi dei gruppi armati con una forza sproporzionata, colpendo in maniera estesa anche infrastrutture civili nei territori da cui operano i miliziani, allo scopo di creare un effetto deterrente. Il nome deriva dal quartiere Dahieh di Beirut, roccaforte di Hezbollah, devastato dai bombardamenti israeliani. Nell’ottobre 2008, Eisenkot [3] spiegò apertamente che ciò che era accaduto a Dahiya sarebbe potuto accadere «a ogni villaggio da cui venga aperto il fuoco contro Israele», aggiungendo [4] che quelle località non dovevano essere considerate semplici villaggi civili, ma vere e proprie basi militari e parlando esplicitamente di “forza sproporzionata”. La strategia è stata duramente criticata da numerosi giuristi e organizzazioni internazionali, secondo cui rischia di entrare in conflitto con il principio di proporzionalità previsto dal diritto internazionale umanitario.
L’etichetta di “centrista” rischia così di diventare fuorviante. Se Netanyahu ha incarnato la linea dura della destra israeliana, Eisenkot ne condivide alcuni dei presupposti fondamentali sul piano militare e strategico. Dietro il linguaggio più misurato (che fa a meno di personaggi come Smotrich o Ben Gvir), e un profilo meno divisivo, sopravvive la stessa convinzione che la sicurezza di Israele passi attraverso la superiorità militare e il ricorso a una forza schiacciante. Più che l’inizio di una nuova stagione politica, la sua eventuale ascesa potrebbe rappresentare un cambio di interprete, lasciando pressoché immutata la sceneggiatura.