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“Stanno per uccidermi”: il pediatra di Gaza rapito da Israele lancia l’ultimo appello dal carcere

Un anno e mezzo fa il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, si trovava nella Striscia di Gaza per aiutare il suo popolo, nel bel mezzo del genocidio perpetrato da Israele. Le ultime immagini da uomo libero fecero presto il giro del mondo: Abu Safiya si trovava tra le macerie causate dagli attacchi israeliani, a qualche metro da un carro armato su cui, da lì a poco, sarebbe stato costretto a salire. Da quel momento, di uno degli ultimi pediatri di Gaza si è saputo poco e nulla, nonostante i tanti appelli umanitari, incluso quello proveniente dalle Nazioni Unite. Le uniche certezze filtrate dal suo avvocato riguardavano una condizione di percosse, diritti negati e isolamento. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che sopravviverò, questa è la fine», ha detto nelle scorse ore Abu Safiya al suo avvocato, nella prigione sotterranea di Rafeket. È così scattata una corsa contro il tempo per chiedere la liberazione del pediatra palestinese.

Mani e piedi ammanettati, ferite diffuse sul volto, evidenti difficoltà a respirare e parlare. Così si è presentato Hussam Abu Safiya all’ultimo colloquio con il suo avvocato, Nasser Odeh, dopo 556 giorni di prigionia nelle carceri israeliane. Un luogo noto per la sua violenza, riservata soprattutto ai detenuti palestinesi, come ampiamente riportato [1] da denunce e testimonianze. Poche settimane fa la Corte Suprema israeliana aveva ordinato il prolungamento della detenzione di Abu Safiya, senza prove né processo. Una condizione a cui Israele condanna [2] migliaia di palestinesi, in spregio al diritto internazionale.

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Hussam Abu Safiya, 27 dicembre 2024.

Gli ultimi istanti di libertà, per Hussam Abu Safiya, risalgono al 27 dicembre del 2024. Quel giorno stava lavorando, come faceva in modo incessante dall’inizio del genocidio, all’ospedale Kamal Adwan, da lui diretto. A interrompere le attività di assistenza a bambini e adulti fu l’esercito israeliano con un’irruzione. Diversi reparti di una delle ultime strutture sanitarie attive nella Striscia di Gaza vennero dati alle fiamme e lo staff medico rapito [4], a partire da Abu Safiya. «Da quel momento — scrive [5] la Global Sumud Flotilla (GSF)— la sua famiglia non ha mai smesso di denunciare le condizioni disumane in cui si trova: accesso limitato alle visite del suo avvocato, percosse, isolamento, privazione delle cure mediche e maltrattamenti. L’ONU ha chiesto la sua liberazione immediata, ma anche questo appello è caduto nel vuoto».

Dopo che Nasser Odeh ha reso noto i dettagli del colloquio svolto nella prigione sotterranea di Rafeket, dove Abu Safiya è stato trasferito da alcune settimane, si sono moltiplicati a livello internazionale gli appelli per la sua liberazione. Medici per i Diritti Umani – Israele, una ong con sede a Giaffa, ha esortato [6] le autorità di Tel Aviv a garantire il «trasferimento immediato dalla struttura e una visita per valutare le sue condizioni, prima che sia troppo tardi». L’organizzazione chiede il «rilascio immediato» anche per gli altri medici palestinesi nelle carceri israeliane, sottolineando che «le torture contro i detenuti palestinesi hanno già causato almeno 104 morti dall’ottobre 2023».

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.