«Molte comunicazioni scritte dalle vittime, se decontestualizzate, possono apparire inquietanti di per sé». È sulla base di questa motivazione, che il Dipartimento di Giustizia statunitense prende tempo e respinge, almeno per ora, l’ordine del giudice federale Emmet Sullivan di rimuovere gli omissis da una parte dei documenti relativi agli Epstein Files. A poche ore dalla scadenza fissata dal tribunale, il governo ha depositato una memoria con cui chiede altri sessanta giorni, oppure, il riconoscimento della legittimità delle cancellature già effettuate, sostenendo che la pubblicazione integrale dei documenti rischierebbe di divulgare involontariamente dati personali identificativi delle vittime e di compromettere interessi tutelati dalla legge.
L’ordinanza [1] contestata era stata emessa dal giudice federale Emmet Sullivan nell’ambito della causa [2] promossa dalla giornalista Katie Phang attraverso il Freedom of Information Act (FOIA), la normativa che consente ai cittadini di ottenere documenti detenuti dalle agenzie federali. Sullivan aveva imposto al Dipartimento di Giustizia di consegnare entro il 2 luglio le versioni prive degli omissis, oppure, di fornire una giustificazione dettagliata per ciascuna informazione oscurata. Secondo l’ordinanza, il governo non può limitarsi a richiamare genericamente esigenze investigative o di tutela della privacy, ma deve spiegare in modo puntuale perché ogni singola cancellatura sia indispensabile. Il Dipartimento di Giustizia, invece, continua a sostenere che molte delle informazioni richieste ricadano nelle eccezioni previste dalla legge e ha chiesto di sospendere l’esecuzione dell’ordinanza, contestando anche l’interpretazione giuridica adottata dal tribunale sulla possibilità per privati cittadini di far valere l’Epstein Files Transparency Act attraverso il procedimento amministrativo, come ha spiegato [3] il viceprocuratore generale Stanley Woodward.
Fra i documenti che il Dipartimento di Giustizia continua a voler mantenere, almeno in parte, oscurati figurano alcuni dei passaggi più delicati dell’intero archivio Epstein: i mittenti e i destinatari di almeno otto e-mail tra cui una relativa a un presunto «video di tortura» e altre su abusi su minori, i nomi contenuti in una bozza d’incriminazione di possibili complici, documenti in lingua straniera finora esclusi dalla pubblicazione e l’elenco completo delle informazioni censurate nei fascicoli già diffusi. A questi si aggiungono gli appunti [4] manoscritti degli interrogatori dell’FBI relativi alla denuncia di violenza sessuale presentata da una donna nei confronti di Donald Trump. Secondo il viceprocuratore Woodward, quei documenti non aggiungerebbero elementi sostanziali rispetto ai verbali dattiloscritti già pubblicati, essendo «considerati una duplicazione dei resoconti che documentavano le interviste». La scelta di non divulgarli sarebbe motivata anche da ragioni tecniche: la natura manoscritta delle note, ha spiegato il Dipartimento, renderebbe più complesso il processo di oscuramento e aumenterebbe il rischio di divulgare involontariamente dati personali identificativi delle vittime. Le accuse rivolte a Trump non sono mai state corroborate e il presidente le ha sempre respinte: per questo, il Dipartimento ha scelto di pubblicare soltanto i verbali ufficiali di alcuni interrogatori, mantenendo riservati gli appunti preparatori degli agenti.
La richiesta di sospendere l’ordinanza arriva mentre il processo di desecretazione degli Epstein Files continua ad accumulare ritardi e a innescare critiche sempre più accese di insabbiamento del caso. Nonostante l’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e la pubblicazione di milioni di pagine negli ultimi mesi, una parte rilevante dell’archivio rimane ancora fuori dalla consultazione pubblica: secondo il Dipartimento di Giustizia, restano da esaminare circa due milioni di documenti. Per il governo, le eccezioni previste dalla legge giustificano il mantenimento di ampie porzioni del materiale sotto censura; per i ricorrenti, invece, gli omissis sono stati applicati ben oltre quanto strettamente necessario, rendendo impossibile ricostruire l’effettiva portata delle indagini e gli eventuali collegamenti con altri soggetti coinvolti. La decisione torna ora nelle mani del giudice Sullivan, chiamato a stabilire se concedere altro tempo all’amministrazione, oppure, pretendere, documento per documento, una motivazione circostanziata per ogni singola informazione sottratta alla pubblicazione.