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La CPI ha “sospeso” il mandato d’arresto di Putin per favorire negoziati di pace

Il presidente russo Vladimir Putin, oggetto di un mandato d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), può viaggiare nei Paesi che riconoscono la Corte senza rischiare di essere arrestato, se il viaggio è destinato alla partecipazione a colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite. È questo quanto stabilito dalla CPI stessa, in una decisione da alcuni analisti ritenuta «senza precedenti» e dal forte peso politico. Per effetto del mandato emesso dalla stessa CPI nel 2023, infatti, qualora il presidente russo avesse viaggiato in uno qualunque degli Stati che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma avrebbe rischiato, fino ad ora, di essere immediatamente arrestato.

La decisione risale all’inizio di giugno, ma è passata in larga parte in sordina. Secondo quanto stabilito [1] dalla Corte, «qualora un indagato ricercato dalla Corte debba partecipare, nella sua veste ufficiale di Capo di Stato o di Governo, a una conferenza di pace formalmente convocata dalle Nazioni Unite ai sensi della Carta delle Nazioni Unite nel territorio di uno Stato parte della Corte, quest’ultima può tenere conto di eventuali obblighi contrastanti derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite nel valutare, ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 7, dello Statuto, se lo Stato abbia omesso di ottemperare a una richiesta di cooperazione proveniente dalla Corte». Parafrasando: l’obbligo di arresto, cui sono sottoposti gli Stati che riconoscono la CPI, confligge con la possibilità di condurre colloqui di pace per giungere, in questo contesto specifico, alla fine del conflitto russo-ucraino. Il mandato di cattura continua a esistere, ma la Corte non condanna gli Stati che non lo applicano, qualora la ragione sia la partecipazione di Putin (e degli altri ricercati del governo russo) a colloqui di pace organizzati dall’ONU.

Sono 125 i Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, base giuridica per il funzionamento della CPI – tra gli assenti vi sono Stati Uniti, Israele, Russia e Cina. La Corte, che ha sede a L’Aia, può procedere contro singoli individui, qualora questi si macchino (o ne siano sospettati) di gravi crimini di guerra o contro l’umanità, ma spesso si è cercato di piegarne il funzionamento agli interessi geopolitici di qualche sorta. In passato, infatti, gravi violazioni sono state tollerate, se non del tutto ignorate, mentre quando i mandati d’arresto sono stati emessi [2] nei confronti di personalità “scomode”, come nel caso del primo ministro israeliano Netanyahu, i giudici della Corte sono stati oggetto di sanzioni e persecuzioni. Lo stesso Stato italiano, che dovrebbe sottostare agli obblighi della Corte, ha lasciato [3] che il primo ministro israeliano sorvolasse indisturbato i propri cieli, nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti. Il mandato d’arresto contro Putin – emesso [4] il 17 marzo 2023, dopo che il presidente russo era stato accusato di aver deportato bambini ucraini in Russia nel contesto dell’attuale conflitto con Kiev – era invece stato accolto con favore dalla comunità internazionale.

La decisione, che secondo alcune analisi [5] non ha precedenti analoghi, ha un chiaro peso politico, soprattutto perchè crea uno spazio negoziale prima inesistente per gli Stati, ricordando che l’obiettivo primario è la ricerca della pace. Il mandato d’arresto per il presidente russo continua a esistere e la possibilità di eludere la cattura è circoscritta a circostanze bene specifiche (il negoziati devono essere organizzati dalle Nazioni Unite e la Corte deve comunque essere preventivamente consultata), ma segna un passo avanti nella ricerca di una soluzione diplomatica per un conflitto che va avanti da ormai oltre quattro anni.

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Valeria Casolaro

Classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L'Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.