È arrivata una svolta nelle indagini sugli scontri tra tifosi e poliziotti avvenuti nel pre-gara di Torino-Juventus, derby andato in scena lo scorso 24 maggio allo stadio Grande Torino. La Procura della Repubblica del capoluogo piemontese ha infatti chiesto gli arresti domiciliari per un agente del reparto mobile che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe colpito alla testa con un lacrimogeno lanciato ad altezza uomo il tifoso della Juventus Marco Basoccu, che dopo l’impatto fu trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato in terapia intensiva fino a un mese fa. Quel giorno, i supporters bianconeri chiesero a gran voce dagli spalti che la partita – l’ultima di campionato – non si giocasse, ma l’inizio del match venne soltanto ritardato.
Decisivi per l’andamento delle indagini sono stati i contenuti dei video registrati dalle telecamere di sorveglianza e dai droni della Digos, vagliati dai magistrati, ma anche le testimonianze dei tifosi e dei colleghi del poliziotto che avrebbe lanciato il lacrimogeno nella direzione di Basoccu. Secondo la ricostruzione della Procura, quello che raggiunse il tifoso bianconero non fu un oggetto contundente scagliato da un membro delle tifoserie, bensì un lacrimogeno «lanciato in maniera non conforme alle modalità previste». Il 36enne sarebbe stato colpito in pieno dall’involucro d’acciaio del lacrimogeno, che non si sarebbe aperto perché esploso con una traiettoria orizzontale e da una distanza troppo ravvicinata, pari ad appena alcune decine di metri. Gli investigatori e i consulenti della Procura hanno ricostruito la dinamica attraverso un filmato in timelapse, individuando anche il momento del ferimento, avvenuto durante gli scontri tra le 17.20 e le 17.35.
A causa dell’urto, Basoccu subì un grave trauma cranico. Venne indotto in coma farmacologico e dovette sottoporsi a vari interventi chirurgici. Le carte raccontano di «un quadro indiziario grave per il tragico ferimento del tifoso juventino» a carico di un agente di polizia del V Reparto Mobile di Torino. Il poliziotto si è presentato in Procura ieri, venerdì 3 luglio, per l’interrogatorio preventivo. Nello specifico, l’accusa che gli viene rivolta dalla Procura è di lesioni personali aggravate. Nei prossimi giorni si attende la decisione del giudice in merito all’eventuale applicazione della misura cautelare richiesta.
Il caso non rappresenta purtroppo un episodio isolato nel panorama italiano, ma si inserisce [1] in una preoccupante prassi operativa che riguarda l’utilizzo dei lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. Come emerso da recenti inchieste, tra cui quella aperta dalla Procura di Bologna per la mutilazione subita dalla giovane attivista Lince durante una manifestazione per la Palestina, il Viminale ha ufficialmente ammesso l’assenza di regolamenti scritti o manuali d’uso per l’impiego dei lacrimogeni. I candelotti di gas CS, classificati come “armi non letali” ma di fatto veri e propri esplosivi, continuano a mietere vittime in tutta Italia: dal grave ferimento di Giovanna Saraceno durante le proteste No TAV del 2021, alla perdita dell’udito di Yuri Justensen dieci anni prima, fino ai numerosi casi documentati da Amnesty International in tutto il mondo.
La dinamica che ha caratterizzato il caso Basoccu – un lacrimogeno lanciato ad altezza d’uomo, a distanza ravvicinata, che non si è aperto perché esploso con traiettoria orizzontale – ricalca fedelmente quanto denunciato in numerosi altri contesti di protesta, dai cortei contro lo sgombero dell’Askatasuna a Torino alle manifestazioni per la Palestina a Udine. Questi eventi, lungi dall’essere incidenti isolati, sembrano essere il risultato di scelte politiche e operative che, come sottolineano le associazioni, trasformano gli spazi pubblici in luoghi di rischio per chi esprime dissenso. Con i nuovi decreti sicurezza che garantiscono un crescente grado di impunità agli agenti, e in assenza di una regolamentazione chiara, la magistratura si trova ora a dover fare chiarezza su una prassi che continua a mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini.