La proposta di BDS Italia con la campagna “Banche complici” è la verità scomoda dietro i grandi nomi del credito italiano. La campagna non nasce dal nulla: si avvale della competenza storica di testate come Nigrizia [1], Mosaico di Pace [2] e Missione Oggi, [3] che già dal 2000 portano avanti la pressione contro le “banche armate [4]”.
Il peso invisibile del tuo conto corrente

La campagna “Banche complici [5]”, lanciata da BDS Italia, mette a nudo come tre giganti del credito – UniCredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas – siano profondamente integrati nelle operazioni militari, nella colonizzazione illegale e nell’apartheid in Palestina. Capire come il tuo denaro viene impiegato non è un mero esercizio contabile, ma una necessaria presa di coscienza civile.
L’analisi di BDS Italia non si ferma alla superficie, ma scava nei bilanci attraverso una “scheda comparativa” che valuta l’esposizione degli istituti su una scala da 0 a 5. I criteri per determinare il punteggio sono cinque: finanziamenti diretti al settore armamenti, relazioni con grandi aziende belliche, supporto a programmi militari, investimenti in Israele e territori occupati, sottoscrizione e collocamento di strumenti finanziari legati alla guerra.
Oltre i numeri, una complicità strutturale
Quando un punteggio supera la soglia del 4, ci troviamo di fronte a un «coinvolgimento molto elevato e strutturale». I punteggi emersi sono una fotografia impietosa con 4,4 a BNL-BNP Paribas, 4,4 a Intesa Sanpaolo e 4,0 a UniCredit.
BNL-BNP Paribas. Profilo globale e sistemico. Il punto distintivo resta la capacità di operare su tutti i livelli: finanziamenti, partecipazioni e strumenti finanziari complessi, inclusi titoli legati allo sforzo bellico. L’istituto di credito supporta finanziariamente la filiera di Leonardo principalmente attraverso la sottoscrizione di specifici protocolli d’intesa volti proprio a fornire sostegno economico ai fornitori del colosso della difesa.
Intesa Sanpaolo. Intesa Sanpaolo conferma un ruolo centrale con elevati volumi di finanziamento, una diversificazione di investimento (armi, tecnologia, export, venture capital), e una presenza sistematica nei grandi consorzi finanziari. Il giro economico è di 657 milioni di euro in prestiti e sottoscrizioni al settore armiero. L’istituto possiede infatti 205 milioni di euro in azioni e obbligazioni di queste stesse società, dimostrando di avere un reale “interesse di proprietà” nel successo dell’industria bellica.
L’istituto si distingue anche per l’investimento tecnologico. Attraverso Neva SGR, ha iniettato oltre 20 milioni di euro in startup israeliane di cybersecurity e quantum computing come Cyberint e Coro. Sebbene presentate come “innovazione civile”, queste tecnologie sono la spina dorsale dei moderni apparati di sorveglianza e difesa militare. Inoltre, Intesa rimane un pilastro del supporto logistico all’export di armi: secondo la legge 185/90, ha gestito garanzie per 968,6 milioni di euro nel solo 2023. Infine, il legame con le colonie illegali è confermato da investimenti per 2,448 miliardi di dollari nel settore degli insediamenti.

UniCredit. Dai dati in possesso si evidenzia una forte esposizione verso grandi aziende della difesa, la partecipazione a operazioni finanziarie strategiche (Leonardo, ENI) e la presenza nei principali circuiti europei di finanziamento del settore armiero, con un’esposizione di 1,6 miliardi di euro. Questa cifra si suddivide in 1,2 miliardi di prestiti diretti e 365 milioni in sottoscrizioni per giganti come Boeing, Lockheed Martin e Leonardo.
Ma il dato più inquietante riguarda il coinvolgimento negli insediamenti illegali. UniCredit si posiziona tra le prime dieci banche europee per finanziamenti ad aziende coinvolte nelle colonie israeliane, con un investimento stimato in 3,584 milioni di dollari (periodo 2018-2021).
Interpellata sulla propria esposizione verso titoli di Stato israeliani, la banca ha risposto in modo evasivo ad Altreconomia nel settembre 2025, definendo «trascurabile» una «piccola esposizione» acquisita precedentemente alla data specifica dell’8 ottobre 2023.
Non solo prestiti, ma veri e propri “War Bonds”
Il supporto al complesso militare-industriale non si limita alla semplice erogazione di credito, ma si articola in una sofisticata strategia a tre livelli. In primo luogo, il finanziamento diretto a società che forniscono armi utilizzate nel genocidio dei palestinesi. In secondo luogo, la distribuzione ai risparmiatori retail di titoli di Stato israeliani, definiti senza mezzi termini “war bonds” (obbligazioni di guerra), accanto a titoli di aziende come Leonardo ed ENI, complici delle politiche di occupazione. Infine, l’allocazione di capitali in fondi d’investimento legati a settori che violano sistematicamente il diritto internazionale.
Sulla gravità di questa architettura, il documento della campagna è inequivocabile. «Queste banche sono tra le istituzioni finanziarie italiane più coinvolte, causa operazioni non etiche, in operazioni di supporto nella colonizzazione illegale e nell’apartheid in Palestina, nello sfollamento e genocidio di Israele ora estesi alla Cisgiordania».
Oggi, questa campagna dal basso ha trovato una sponda autorevole nel documento promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per la Giornata della Pace del primo gennaio che ha invitato esplicitamente al disinvestimento dalle aziende produttrici di armi.
La convergenza operativa dei pool finanziari
Dall’analisi qualitativa emerge una verità ancora più inquietante: non siamo di fronte a scelte isolate, ma a una “convergenza operativa”. Le banche spesso non agiscono come concorrenti, ma come partner all’interno di “pool finanziari”. Questi consorzi coordinati sostengono congiuntamente i grandi gruppi industriali della difesa e dell’energia, rendendo la complicità un fatto sistemico e non episodico.
Per un cittadino comune, è quasi impossibile sfuggire a questa rete senza una scelta radicale. Il sistema è progettato affinché il risparmio privato finisca per alimentare, attraverso bond ed equity, gli stessi attori che traggono profitto dal conflitto. È un meccanismo oliato che richiede un’azione consapevole e coordinata per essere scardinato.
Il potere del correntista e del cittadino

BDS Italia ha interrogato formalmente i tre istituti sulle loro direttive etiche relative al settore degli armamenti e ai rapporti con lo Stato di Israele. La risposta? Evasiva o, in molti casi, del tutto assente. Davanti a questo muro di gomma, l’unica arma resta il potere del correntista.
L’obiettivo della campagna è spingere i risparmiatori a trasferire i propri capitali verso istituti meno complici. Non è una protesta simbolica, ma una pressione economica diretta. Attraverso il sito bdsitalia.org [5], i cittadini hanno accesso a schede ben documentate per comprendere i fatti e possono inviare lettere formali alla propria banca. Tra le lettere pronte per le tre banche si possono trovare anche quelle da non correntista e quindi solo cittadino che sostiene la causa. È un invito a riprendersi la sovranità sul proprio denaro, chiedendo trasparenza totale o preannunciando lo spostamento dei fondi.
Ogni giorno che passa i nostri risparmi finanziano violenza e ingiustizia contro i palestinesi. L’invito di BDS Italia è di sostenere la pressione inviando email e condividendo i contenuti sui vari social.