Quando il giornalismo prova a scardinare una narrazione lineare per metterne in luce le contraddizioni sistemiche, la reazione difensiva segue quasi sempre un copione fisso: spostare il focus e lanciare accuse. È quanto accaduto a seguito del nostro articolo sul “Progetto Baita” in Valsesia. Le critiche apparse su Hakol – La realtà di Israele (inserto de Il Riformista) ci accusano di aver “criminalizzato” o guardato con pregiudizio un gruppo di cittadini israeliani che hanno scelto le Alpi piemontesi come rifugio. Stessa cosa da parte di alcuni lettori che hanno posto domande o, anch’essi, lanciato accuse. Si rende quindi necessaria una replica: non per amore di polemica, ma per rigore giornalistico e per rifiuto della semplificazione.
Innanzitutto respingiamo le accuse di razzismo e antisemitismo. Nell’articolo si parla di israeliani, non di ebrei o di semiti. Si parla di cittadinanza, di economia, di classi sociali e diritti asimmetrici, non di religione o di fattezze umane. Una lettrice chiede se chi migra debba avere “un bollo politico sulla fronte”. La risposta è no. Il giornalismo non distribuisce patenti ma ha il dovere di analizzare l’impatto oggettivo e le contraddizioni strutturali dei fenomeni politici, sociali, economici.
Siamo stati incalzati sulla parola “dissidenti” e sul fatto che queste persone, in effetti, lo siano. In questa vicenda il cortocircuito è innanzitutto storico. Ascoltando le dichiarazioni dei promotori del progetto, la scelta di lasciare Israele viene presentata come una reazione alla riforma della giustizia di Netanyahu, apostrofata come colpo di Stato e fine della democrazia, e agli eventi successivi al 7 ottobre. Emerge una rimozione di fondo: prima, quindi, tutto bene? L’occupazione militare, le politiche di colonizzazione e il regime di apartheid denunciato dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali non sono iniziati con l’attuale esecutivo di estrema destra. Dissentire solo quando la deriva autoritaria porta il conto in casa, minacciando il benessere della classe colta e agiata, rivela un dissenso parziale. Una reazione che sembra ignorare una violenza strutturale attiva da decenni, ben prima di Netanyahu.
Alla parzialità storica si sovrappone, e si accompagna, la contraddizione economico-politica. Non si tratta di sindacare sulla coerenza personale dei singoli, ma di guardare al dato, al fatto. Mai sentito parlare di dissidenti che lavorano in smartworking per il Paese governato dal regime da cui sarebbero fuggiti. Continuare a lavorare da remoto, come sostenuto dai promotori del progetto, significa, volenti o nolenti, alimentare la spina dorsale di Israele, oggi sotto accusa formale di genocidio davanti alle corti internazionali. Cosa direste di dissidenti russi o iraniani o venezuelani che continuano a lavorare in smartworking nel Paese da cui sono fuggiti? Sarebbe quantomeno strano, no? Evidenziare questo doppio binario, fuggire dagli effetti di un sistema, criticandone solo l’ultimo gestore e continuando contemporaneamente a foraggiare l’ecosistema economico a distanza, non è un attacco ad personam: è l’analisi, complessa ma necessaria, di un paradosso strutturale.
Hakol ha contestato l’uso del termine “colonia” nel titolo, ritenendolo suggestivo e ideologico. Tuttavia, l’arrivo pianificato di una comunità omogenea che si muove in blocco configura una vera e propria gentrificazione geopolitica. Oltretutto, quando una comunità si insedia mantenendo il proprio baricentro economico, fiscale e produttivo altrove, non si sta parlando di una “normale immigrazione” o di integrazione, ma della creazione di una sorta di enclave d’élite. Discutere di come i capitali globali ridefiniscano i territori locali è legittimo, oltre che doveroso, anche quando sembrano compiere una funzione apparentemente positiva come il ripopolamento dei borghi montani.
Per quanto concerne la Comunità Ebraica milanese abbiamo tentato di far emergere una contraddizione: da un lato, i vertici comunitari alimentano da mesi una narrazione emergenziale, dipingendo l’Italia come un Paese quasi ostile, antisemita, quando invece è il dissenso politico verso lo Stato di Israele ad essere sistematicamente equiparato a un pericoloso sentimento antiebraico “da anni ’30”. Dall’altro lato, però, quegli stessi ambienti applaudono e promuovono il Progetto Baita con toni bucolici e rassicuranti, arrivando a definire la Valsesia come una nuova “Terra Promessa”. Il cortocircuito è evidente: se l’Italia stesse davvero scivolando in un clima di intolleranza sistemica e pericolosa per l’incolumità delle persone, come si può contemporaneamente sponsorizzare il trasferimento felice e l’acquisto di proprietà da parte di decine di famiglie israeliane in una valle isolata della provincia piemontese? E anche la vicenda della flottiglia è contraddittoria. Da una parte si condanna Ben-Gvir e il venir meno dei principi democratici (mentre è in corso un genocidio) ma si contesta la flottiglia come provocatori. Dunque chi si oppone a chi svilisce e colpisce la democrazia è un provocatore. Prendiamo atto.
Riguardo alla notizia del proiettile e della lettera di minacce recapitata al sindaco di Varallo, Pietro Bondetti, due giorni prima del nostro articolo, non abbiamo niente da dire, se non la condanna di un simile gesto. Il fatto però non cambia di una virgola quanto detto.
Veniamo infine a quella che Hakol definisce “un’omissione fatale”: il fatto che l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, insieme alle istituzioni pubbliche e a parte della comunità locale (comprese alcune famiglie israeliane), avesse attivamente firmato e sostenuto la richiesta per portare in Italia una famiglia palestinese intrappolata sotto le bombe a Gaza. Prendiamo atto di questo elemento, non presente nel primo articolo. Tuttavia, contrariamente a quanto sostengono i critici, ciò non indebolisce affatto la questione di fondo; al contrario, la stringe in una morsa di tragica verità. Il fatto che persino con il sostegno esplicito di cittadini israeliani e delle istituzioni locali quella famiglia palestinese sia rimasta bloccata a Gaza dimostra esattamente l’asimmetria che denunciavamo: il privilegio strutturale della mobilità. Un passaporto e un reddito occidentale o israeliano garantiscono il diritto di fuga, di smart working e di ricollocamento (magari in attesa di tornare); al contrario, un passaporto palestinese equivale a una condanna a restare prigionieri sotto i bombardamenti.
Accostare la critica delle dinamiche di potere globali all’antisemitismo è un’operazione retorica logora. Questo dibattito non parla di ebrei, parla di cittadini israeliani. Non parla di religione, parla di economia, visti, classi sociali e diritti asimmetrici. Il “Modello Varallo” rimane lo specchio di un mondo in cui c’è chi può scegliere una baita sulle Alpi per proteggere i propri figli, e chi non ha nemmeno un metro quadro di terra sicuro in cui nascondersi. Raccontarlo non è pregiudizio: è cronaca.