Nella giornata di venerdì 26 giugno a Pechino, un piccolo velivolo monomotore si è schiantato sulla facciata della CITIC Tower, il grattacielo che sorge nel distretto affaristico nel cuore della capitale cinese. L’impatto ha portato alla morte del pilota, ha causato tredici feriti e il danneggiamento di alcune vetrate dell’edificio, evacuato immediatamente dopo l’incidente.
Secondo le testimonianze dei passanti e della stampa internazionale, la polizia avrebbe rapidamente contingentato l’area e avrebbe imposto alle persone presenti di non filmare, né fotografare le conseguenze dell’incidente. Da allora, dai principali social media cinesi è sparito ogni contenuto sull’accaduto e su RedNote ogni post che fa riferimento alla CITIC Tower è fermo a giovedì, giorno precedente all’incidente. Per quanto il silenzio e le precauzioni prese dal governo non siano una novità, non è ancora possibile escludere tra le cause dell’accaduto l’attentato terroristico. Eventi del genere nella capitale della Repubblica Popolare sono estremamente rari: l’ultimo si verificò nel 2013, quando un’automobile entrò in Piazza Tienanmen e portò alla morte di cinque persone (tre cui gli autori del gesto) e ne ferì una quarantina. Mentre le indagini proseguono nel silenzio mediatico, sorgono irrimediabilmente due quesiti essenziali in merito alla questione, che tra gli analisti hanno dato spazio ad ogni tipo di speculazione.
Secondo le ricostruzioni [1], intorno alle 17.30 il velivolo Sunward Aurora SA60L della scuola di volo Dongshi Shuangyue General Aviation è decollato dall’aeroporto di Shifosi, nella periferia nordorientale della capitale per compiere un’esercitazione di volo nell’area circostante. Inizialmente, l’aereo avrebbe dovuto procedere con le manovre di atterraggio intorno alle 17.40, ma dai radar si può osservare come repentinamente abbia virato verso ovest, dirigendosi verso il centro della città. Alle 17.55, dopo essere scomparso temporaneamente dai radar, il velivolo si è schiantato sul grattacielo, in un’area particolarmente frequentata della città e a pochi chilometri da Zhongnan Hai, cuore della politica istituzionale cinese e residenza di Xi Jinping. Secondo le autorità, l’autore del gesto sarebbe stato un uomo di 66 anni, identificato solo con il cognome “Liu”. L’uomo, un lavoratore autonomo che viveva da solo, avrebbe sofferto d’ansia e nel suo diario privato sono stati ritrovati ripetuti riferimenti al suicidio.
In ogni caso, il gesto non viene esplicitamente definito come “attentato terroristico” e le autorità lo hanno classificato come «un caso di messa in pericolo della pubblica sicurezza causata da motivi personali». Secondo l’analisi [2] di Davide Martinotti (divulgatore attivo con il progetto Dazibao), l’accaduto potrebbe rientrare nel contenitore del “献忠” (xiànzhōng), il termine con il quale vengono definiti gli “attacchi di massa”. Ogni volta che in Cina si verificano episodi di questa portata, una parte della comunità online rapidamente li cataloga con questa terminologia, evidenziando le ragioni che possono soggiacere a gesti così estremi. Così, se il governo si impegna a cancellare rapidamente i contenuti dalle piattaforme online e riconduce le ragioni a semplici casi isolati, la comunità on-line sottolinea la sistemicità del fenomeno, risultato della pressione sociale e dell’abbandono istituzionale.
L’altro quesito fondante sulla questione, invece, riguarda specificamente i sistemi di sicurezza della capitale. Tra le ragioni che motiverebbero il silenzio cinese sulla questione ha preso piede il presunto imbarazzo istituzionale che un simile evento può generare. Com’è possibile che un piccolo velivolo possa entrare liberamente nel centro della città più importante del paese e schiantarsi non solo in una zona affollata, ma anche in un’area a pochi chilometri dal cuore della politica della Repubblica Popolare?
Pechino gode di un apparato di difesa all’avanguardia, composto da barriere missilistiche a lungo raggio e intercettazione a medio e corto raggio, finalizzate ad abbattere attacchi provenienti dall’esterno, oltre ai piani di risposta aerea per tutti i velivoli non identificati che stanno facendo ingresso nell’area interna della capitale. Per volare sullo spazio aereo pechinese è necessaria la doppia autorizzazione dell’Aviazione civile e dell’Aeronautica militare e inoltre, dal primo maggio del 2026 è entrata in vigore una normativa [3] che stringe ulteriormente le maglie sul cielo pechinese impedendo la vendita e l’utilizzo di droni e velivoli senza pilota, se non con previa autorizzazione, in tutto il territorio della capitale.
I dubbi sulle ragioni reali dietro l’accaduto e l’ammissione di una falla nei sistemi di sicurezza non possono che preoccupare il partito, che intanto fa silenzio intorno alle speculazioni. Una parte della popolazione, però, tra i meandri della rete cinese non sembra essere particolarmente stupita.