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Gli USA si preparano a cancellare l’anonimato da gran parte della Rete

Con 267 voti favorevoli, 117 contrari e 47 astenuti, la Camera dei Rappresentanti statunitense ha approvato il Kids Internet and Digital Safety Act (KIDS Act), un pacchetto di leggi bipartisan pensato formalmente per garantire la sicurezza dei minori online, ma che rischia di erodere l’anonimato degli utenti sul web, imponendo la verifica dell’età ai siti considerati dannosi per i minori o che ospitano contenuti pornografici – e, di fatto, anche ai social media. Leggi di questo tipo sono già state adottate, parzialmente, in diverse parti del mondo, Italia compresa, ma un cambiamento sistemico negli Stati Uniti potrebbe riflettersi direttamente sulle scelte delle Big Tech americane, accelerando il processo di vigilanza a livello globale.

L’approvazione è arrivata nella serata di lunedì 29 giugno e il testo dovrà ora superare il vaglio del Senato, dove le previsioni di successo non sono delle migliori: si vocifera già dell’intenzione di apportare modifiche al KIDS Act prima che questi raggiunga l’occhio dei senatori. Il dubbio dei politici non consiste tanto nel rischio di sorveglianza – fenomeno a cui i senatori USA sembrano ormai essersi assuefatti – quanto il fatto che dalla proposta di legge sia stato eliminato il duty of care, la norma che obbligherebbe le piattaforme a prevenire attivamente eventuali danni ai minori, ovvero a “esercitare la ragionevole diligenza” nell’evitare di pubblicare contenuti che possano promuovere autolesionismo, disturbi alimentari, abuso di sostanze e sfruttamento sessuale.

Politici di tutte le correnti e i gruppi rappresentanti le famiglie lamentano che proprio il duty of care fosse il vero punto nevralgico della legge, l’unico elemento capace di responsabilizzare le piattaforme nell’esercitare una prevenzione attiva. Già oggi, la sua rimozione è motivo di aspre polemiche. Il KIDS Act resta comunque un pacchetto normativo sfaccettato, composto da molteplici proposte che mirano a ridurre la dipendenza dai social media e a garantire che i chatbot dichiarino sempre, sin da subito, la propria natura artificiale, siano dotati di sistemi di sicurezza in grado di bloccare contenuti giudicati pericolosi e, aspetto forse più rilevante, non simulino mai di essere medici, avvocati o altre figure professionali abilitate.

Le possibilità applicative di norme simili, nell’attuale ecosistema digitale, restano dubbie, mentre è concreto il rischio che le aziende ricorrano a censure sommarie pur di evitarsi grane legali. A destare maggiore preoccupazione, però, sono soprattutto le disposizioni sulla limitazione d’accesso ai siti per adulti e l’obbligo, per i social, di impostare automaticamente alti livelli di privacy sui profili degli utenti under 17: due facce della stessa medaglia, che conducono verso uno scenario in cui la verifica anagrafica finirebbe per colpire trasversalmente i punti più trafficati di internet. Con effetti positivi tutt’altro che scontati, a giudicare dagli studi [1]e i precedenti [2]storici per cui l’introduzione di controlli dell’età su alcuni portali pornografici serve perlopiù a spostare il traffico verso piattaforme alternative e a incentivare l’uso delle VPN, strumenti che permettono di mascherare la propria posizione geografica per aggirare le restrizioni locali.

Aggirare i blocchi sui social si rivela però più insidioso. In questo caso il KIDS Act non impone direttamente la verifica anagrafica, ma richiede comunque alle aziende di sapere se un utente sia o meno minorenne, lasciando loro l’onere di trovare un metodo per distinguere chi si trova sopra o sotto l’arbitraria soglia dei 18 anni. Il rischio è che il risultato finale sia un sistema di controllo incapace di garantire i benefici promessi, ma perfettamente in grado di minare la privacy di tutti gli utenti, fornendo alle aziende una quantità ancora maggiore di dati di profilazione – dati che potrebbero poi essere venduti a data broker o ceduti ai governi che li richiedono.

In generale, i politici statunitensi manifestano l’intenzione di approvare una legge organica a tutela dei minori che navigano su internet, ma non è ancora chiaro quale, tra le diverse proposte sul tavolo, prenderà davvero forma, né quali saranno i tempi della sua attuazione. Ciò che appare probabile è che le nuove norme finiranno per condizionare l’intero funzionamento dei social media, spingendo le piattaforme a modificare le proprie infrastrutture algoritmiche ed esportando poi lo stesso modello anche all’estero. Non tanto per una questione di egemonia culturale statunitense, quanto perché consolidare un unico standard risulta più economico e semplice che sviluppare soluzioni su misura per ogni area geografica – soprattutto ora che anche l’Unione Europea guarda con interesse a un rafforzamento degli strumenti [3]di verifica già presenti sul web.

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.