Nel 2025, 21.592 persone si trovavano in carcere per violazioni del DPR 309/1990, ovvero il Testo Unico che norma la materia degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope. Si tratta di oltre un terzo della popolazione carceraria italiana, composta da 63.499 individui al 31 dicembre dello scorso anno. Il dato è quasi doppio rispetto alla media europea e nettamente superiore alla media mondiale. La sola violazione dell’art. 73 del Testo Unico, relativo a produzione e vendita di sostanze, ha rappresentato oltre un quarto degli ingressi in prigione dello scorso anno. Se si considera che la capienza regolare delle carceri della Penisola, al 31 dicembre, era di 46.124 posti, è facile comprendere il ruolo centrale delle politiche legate alla droga nel problema di strutturale sovraffollamento delle nostre carceri.
I dati sono contenuti nell’ultimo Libro bianco sulle droghe, che da 17 anni misura gli effetti della legge antidroga sul contesto italiano. In base ai dati [1] presentati, su 45.005 ingressi in carcere verificatisi nel 2025, 10.784 sono stati per violazione dell’art. 73, il 25,7% del totale – in continuità con il 2024, quando la percentuale era del 25,8. Al 31 dicembre 2025 erano 13.735 le persone detenute per questo genere di reato, cui si aggiungono altre 6.807 per violazione congiunta degli artt. 73 e 74 e 1.020 per il solo art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze). In totale, il 33,9% della popolazione detenuta si trova in carcere per violazioni della normativa sulle droghe. La media europea è del 18%. Quella mondiale del 22.
Insieme a questi dati, va tenuto in considerazione anche in fatto che, al 31 dicembre 2025, un terzo della popolazione carceraria (20.767 detenuti, il 32,7%) era certificata come tossicodipendente, in aumento rispetto all’anno precedente. Di fatto, oltre il 40% (17.308) delle persone che hanno fatto ingresso in carcere nel 2025 era considerato come tale. Un record assoluto registrato per il terzo anno consecutivo, il massimo dal 2006. Se si considera, poi, che sono 202 mila le persone coinvolte in procedimenti penali per violazioni del Testo Unico (il 77,2% per violazione dell’art. 73) e che sono quasi 100 mila quelle destinatarie di misure alternative, sanzioni e messe alla prova (in aumento del 6,4% rispetto al 2024), si ha una misura più netta della portata del fenomeno. Per quanto riguarda la repressione amministrativa, questa si concentra prevalentemente sul consumo di cannabis, con oltre il 77% delle segnalazioni che ha riguardato questa sostanza.
A contribuire ai numeri vi sono, oltre a politiche di lunga data sulla gestione del fenomeno delle droghe, anche misure introdotte dall’attuale esecutivo, che hanno aggravato la crisi carceraria. Nel decreto Caivano, per esempio, introdotto nel 2023 e teoricamente destinato al disagio minorile, contiene [2] una misura che interviene proprio sull’art. 73. Il comma 3 dell’art. 4 inasprisce infatti le pene per chi dede piccoli quantitativi di droghe leggere, portando la pena massima per i reati di lieve entità da 4 a 5 anni – depotenziando, di fatto, la «minore entità» del fatto stesso. Ma non si tratta dell’unico provvedimento del governo Meloni che ha aggravato l’impianto proibizionista esistente: vi hanno infatti contribuito anche il decreto anti-rave, il Piano Fentanyl (strutturato nonostante in Italia non esista un’emergenza legata specificamente a questa droga), il decreto sicurezza, ma anche il nuovo [3] Codice della strada.
Come riporta il Libro bianco, l’attuale gestione delle droghe ha contribuito a creare una narrazione che nega l’esistenza di droghe leggere, che non vi è diritto all’uso, che «la legalizzazione è un cedimento culturale», che «chi consuma è sospetto e chi coltiva è criminale» e che chi vende cannabis light «apre una breccia nella normalizzazione» e va per questo fermato.