Non dovremmo utilizzare le disavventure della vita per rafforzare una nostra filosofia. Ma può capitare. E allora sarà inevitabile elaborare due teorie: una è quella del “dove”, del luogo in cui ci troviamo e di quello in cui ci vorremmo trovare. Anche in modo virtuale, progettuale. L’altra teoria è quella dell’amicizia: un’amicizia come sentimento più della scoperta che della conferma. Le disavventure, tipicamente, comportano nuovi percorsi, e dunque è possibile imbattersi in sentimenti di condivisione inaspettati. E ciò vale anche per rivalutare i rapporti esistenti mediante la fantasia, la creazione di orizzonti nuovi.
Sembra che stia parlando dell’amore, e invece mi riferisco a un libro, a una serie di libri che sostengono, come compagni fedeli, il riprendersi di un fare programmatico: potrebbe trattarsi di una lunga passeggiata o di un vero e proprio viaggio.
Una delle mie guide consiste nel diario di viaggio di John Steinbeck – Travels with Charley. In Search of America, libro pubblicato nel 1962 e riferito a un itinerario negli States nel settembre 1960 – con il suo camper attrezzato, il suo barboncino e, per un breve periodo, con la moglie che lo raggiunse mentre si trovava a Chicago. Un viaggio che nella realtà non corrispose esattamente a quanto narrato ma che vale soprattutto per l’immersione in un contesto storico, nel gusto originario della gente degli USA ad andare, andare non importa dove, a fare qualcosa di diverso. Quella America della deep country, oramai tanto lontana, che si fa veramente fatica a non amare. E che Steinbeck, da vero scrittore camperista, intercetta nelle voci, nei mestieri, nei racconti delle persone con cui si imbatte. Splendido l’incontro col cacciatore di alci in una strada della foresta del Maine o quello con Miss Brace e i gatti, secondo la propensione tipica di Steinbeck a cogliere negli animali un valore mitologico.
Come scrisse Edgar Lee Master nell’epitaffio di George Gray (Antologia di Spoon River): «E adesso so che bisogna alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano la barca… / una barca che anela al mare eppure lo teme».
L’andare è dunque terapeutico, fa parte di una continua rifondazione della propria vita. In una concezione romantica, soprattutto nella letteratura tedesca, il viandante è come se si raccontasse una favola che poi si può avverare, magari diventando lui garzone in un magico giardino (J. Von Eichendorff, 1823); concezione che nel mondo antico ha il suo corrispettivo nelle vicende di pellegrini e anacoreti, dove sono la lontananza, il cammino e la preghiera a scandire il tempo e ad abitare un sacro immaginario.
All’opposto il girovagare senza meta in città, la flânerie come dicono i francesi, mette in evidenza non tanto una meta quanto piuttosto le vibrazioni del camminare, tanto che, come scrive Pierre Sansot (in Passeggiate, Pratiche editrice), ogni città possiede un proprio ritmo che va scoperto per armonizzare percezioni e spostamenti, anche o soprattutto per le strade che non portano da nessuna parte. La strada allora come uso eccellente della lentezza. E della sorpresa, perché l’arte della vita, in questo caso non consiste nell’andare a cercare, ma nel trovare, nell’intercettare sensazioni, diventando amici transitori di attimi fuggenti, quegli stessi piccoli balzi della mente che ci preparano a ricostituire i nostri nuovi orizzonti.
Esiste dunque una vera e propria filosofia dello spostarsi che si può concretare nel nomadismo dove incontriamo nostre identità perdute, magari abitando paesaggi sconosciuti, e dove è necessario distinguere il superfluo dal necessario, se ci avventuriamo in lunghi viaggi, ad esempio in camper, perché è totalmente sbagliato preventivare tutto ciò che potrà servirti, perché tanto tu ami l’imprevisto e vuoi uscire dagli schemi predisposti, disobbedendo alle logiche dell’efficienza.
«Camminare è una conversione, una chiamata. Si cammina anche per dare un taglio e sradicarsi: farla finita con lo strepito del mondo, l’accumulo dei lavori, il logorio. E niente di meglio, per dimenticare, per non essere più qui… della sconfinata monotonia dei sentieri boschivi. Camminare, distaccarsi, partire, lasciare» (F. Gros, Andare a piedi, Garzanti 2013).