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Nelle monarchie del Golfo c’è un’ondata di arresti e deportazioni della minoranza sciita

All’ombra dell conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, si sta consumando una silenziosa campagna di repressione interna agli Sati del Golfo, pesantemente colpiti dalla ritorsione iraniana. Nel mirino ci sono le comunità sciite presenti in questi Paesi, minoranze accusate di essere fedeli a Teheran e quindi trasformate in capro espiatorio geopolitico e colpite da arresti arbitrari e condanne pesantissime, revoche della cittadinanza ed espulsioni in quella che può essere definita la logica della “colpevolezza per associazione”. Il Bahrein rappresenta il laboratorio più brutale di questa strategia. Guidato dalla dinastia sunnita al-Khalifa, ma popolato da una maggioranza sciita che da decenni rivendica riforme democratiche, il regno insulare ha intensificato la sua macchina repressiva. Ma dinamiche molto simili stanno colpendo gli sciiti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait.

Con il pretesto di smantellare “reti terroristiche” legate a Teheran, media locali riportano che le autorità del Bahrein hanno [1] avviato una caccia all’uomo risolta con l’arresto di 41 persone tra religiosi e intellettuali sciiti, portando il bilancio [2] dei cittadini sciiti detenuti dall’inizio delle ostilità ad oltre 350 unità. La stretta non si limita alla privazione della libertà: il governo userebbe sistematicamente la revoca della cittadinanza come strumento amministrativo che trasforma i dissidenti in apolidi, privandoli di ogni diritto civile. Secondo quanto riportato [3] da Amnesty International, il Bahrein ha revocato la cittadinanza di 115 persone e condannato 53 di loro all’ergastolo per accuse legate al terrorismo. Altre 20 avrebbero subito condanne di almeno dieci anni ciascuno. 

Negli Emirati Arabi Uniti (EAU), come denunciato [4] da vari media [5] e organizzazioni [6] come Human Rights Watch, il governo ha avviato deportazioni arbitrarie di massa contro la comunità di lavoratori pakistani sciiti, molti dei quali risiedevano legalmente nel Paese da anni. Professionisti e operai sono stati prelevati dai posti di lavoro o dalle abitazioni e rimpatriati forzatamente senza alcuna formale imputazione penale, se non la vaga accusa di nutrire simpatie per Hezbollah o per i Pasdaran iraniani. Questa pratica risponde alla volontà di bonificare il tessuto sociale ed economico emiratino da elementi di potenziale instabilità.

Anche il Kuwait ha abbandonato la sua storica postura di mediazione. Le autorità kuwaitiane hanno eseguito arresti mirati tra i propri cittadini di confessione sciita, intensificando inoltre il pattugliamento marittimo. L’intercettazione [7] di imbarcazioni commerciali provenienti dalle coste iraniane testimonia la crescente militarizzazione dello spazio economico del Golfo. Human Rights Watch e Amnesty International hanno espresso ferma condanna nei confronti di queste misure, definendole una forma di “punizione collettiva” applicata su base confessionale. Nel complesso, le ONG denunciano come la narrativa della “sicurezza nazionale” venga sempre più strumentalizzata per giustificare la violazione sistematica dei diritti fondamentali e mettere a tacere le critiche legittime alle politiche estere dei regimi.

La criminalizzazione delle comunità sciite risponde a una duplice necessità dei regimi dinastici del Golfo. Da un lato, permette di soffocare sul nascere i focolai di protesta interna, impedendo che la solidarietà verso le popolazioni colpite dai conflitti regionali si saldi in un movimento organizzato. Dall’altro, offre a queste monarchie la possibilità di accreditarsi di fronte a Washington e Tel Aviv come alleati solidi e implacabili nella guerra di logoramento contro l’Iran. Soffiare sul fuoco del settarismo rappresenta tuttavia una strategia miope, capace di trasformare la paranoia securitaria dei regimi nel principale fattore della loro futura instabilità interna.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.