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La mercificazione del tempo libero: come la società contemporanea ci ha rubato gli hobby

Dipingere per il gusto di farlo. Iscriversi ad un corso di ceramica per passare il tempo e svuotare la mente. Divertirsi a cucinare solo per piacere. Avere un hobby, nel vero senso del termine, al giorno d’oggi è diventato sempre più raro: nel momento in cui pratichi un’attività ludica e ricreativa non manca mai la condivisione sui social, l’amico che incalza sulla possibilità di monetizzare, l’idea che quella nuova passione possa diventare un prodotto con il quale guadagnare. Siamo arrivati al punto in cui ogni ora libera che non genera valore sembra un’ora sprecata. Non è una sensazione isolata ma un fenomeno diffuso al quale hanno dato un nome, Commodification of Leisure, mercificazione del tempo libero.

Le origini del fenomeno

Nonostante le retribuzioni siano cresciute in media del 3,5% uno dei fattori della mercificazione del tempo libero è l’insufficienza dello stipendio medio

Per capire l’evoluzione del fenomeno, che si è consolidato nel giro degli ultimi dieci anni, bisogna prendere in considerazione alcuni fattori che hanno influito nella vita delle persone. Il primo, e forse il più preoccupante, è l’insufficienza dello stipendio medio: non basta più! Quello che un dipendente guadagna, a fronte dell’aumento del costo della vita (dalla spesa alla benzina, dal rincaro degli affitti fino alle bollette), copre appena le spese, con poco margine per piccoli extra. In Italia, secondo un’analisi recente, si stima che nel 2024 le retribuzioni siano cresciute in media del 3,5%, con i salari reali in aumento del 2,4% dopo l’inflazione; e comunque rimangono tra i più bassi in Europa. Ma anche nel resto del mondo non se la passano bene. Pensare di monetizzare in qualche altro modo, magari proprio con quegli hobby che piacciono tanto, è un’idea comune e non troppo isolata. 

Qui entra in gioco un altro concetto, quello della Hustle Culture, pensiero contemporaneo secondo il quale il valore di un individuo si misura sulla sua produttività 24 ore su 24. Qui siamo ben oltre il “chi si ferma è perduto”, qui chi non produce non vale niente, il che ha un impatto decisamente diverso sulla psiche, andando a intaccare autostima e valore personale. Il fenomeno si è rafforzato con la cultura delle startup, il lavoro digitale e i social network (altro tema di notevole impatto) dove l’esposizione di impegno e risultati diventa identità e merito sociale. Il termine è collegato anche a narrazioni diffuse che esaltano l’idea che chiunque “ce la possa fare” se lavora sempre di più, indipendentemente dal contesto personale o dalle condizioni di partenza. L’esposizione costante ai successi altrui sui social media, ai quali siamo esposti quotidianamente, genera confronto, ansia da prestazione e paura di rimanere indietro; e, allo stesso tempo, l’idea che se lo fanno gli altri (e ci riescono) posso farlo anche io. Un circolo viziatissimo che spesso provoca senso di colpa per il riposo e normali pause, e può peggiorare ansia e insonnia quando la connessione digitale impedisce una disconnessione reale.

Solo lavoro

A tutto ciò si aggiunge che spesso il proprio lavoro non è così gratificante, buono per portare a casa lo stipendio ma senza grandi soddisfazioni. Perché, allora, non trasformare quella passione che ci fa sentire bene e realizzate, in un secondo lavoro? Assecondati dal detto “fai della tua passione in tuo lavoro e non lavorerai un giorno della tua vita”, la fregatura è dietro l’angolo e quello spazio di libertà in cui respirare dedicandosi ad un hobby diventa un altro lavoro, fatto di metriche, scadenze, liste da depennare e pensieri a cui dare forma. 

Così, alle settimane lavorative medie di quaranta ore, se ne aggiungono almeno altre venti da dedicare all’ “altro lavoro”, con l’effetto collaterale di non riuscire mai veramente a staccare la spina. Oltre al fatto di essere costantemente stanchi, non riuscire ad impostare una routine e dover fissare sull’agenda gli appuntamenti per vedere gli amici. Il paradosso è che per cercare un po’ di libertà, ci siamo costruiti un ulteriore gabbia intorno, con a capo se stessi!

Il rischio di tutto questo meccanismo è che la passione, senza nemmeno accorgersene, porti ad un burnout. Le scadenze pressano, la creatività sbiadisce a favore dei numeri, dei like e delle vendite, tanto che non importa più quello che si produce: l’importante è che funzioni e che monetizzi. Le giornate diventano un unico, gigantesco orologio fatto di ore scandite da lavoro e produttività dove ogni minuto passato sdraiato sul divano è percepito come uno spreco, un fallimento, ore perse quando potrebbero essere impiegate in modo utile. Ma chi guadagna davvero da questo autosfruttamento?

Una popolazione china a testa bassa sul lavoro è funzionale prima di tutto alle aziende, che non si sentono in colpa per gli stipendi miseri che offrono e, anzi, in qualche modo sono giustificati: tanto arrotondi con il tuo progetto personale. Dall’altra parte le piattaforme come Etsy, Tik Tok, Substack & Co., monetizzano con il tuo lavoro, con i tuoi prodotti e con i tuoi contenuti, ingigantendo le loro tasche a dismisura, comodamente. 

In tutto ciò il sistema approfitta dei suoi cittadini che, stanchi ed esausti, non hanno le forze fisiche e mentali per mettere in discussione niente (figuriamoci scendere in piazza o perdere dell’altro tempo ad organizzare proteste o azioni legali)! E mentre noi lottiamo per diventare imprenditori di noi stessi – ma contemporaneamente dipendenti – dall’alto guardano con un ghigno beffardo un esercito di esseri umani consumati dalla produttività-non-stop. Il sistema e la narrazione sono stati costruiti a regola d’arte.

La via di fuga

In una realtà ossessionata dal valore economico del tempo, dedicarsi a cose inutili è una scelta controcorrente. Un diritto, quello del puro ozio: non fare, dedicarsi ad un hobby che non preveda un ritorno economico e che non sia a favore di instagram. Sprecare tempo su qualcosa che non diventerà mai un business. Cucinare senza riprendere i processi. Scrivere e bruciare i fogli nel camino. Dipingere e non postare. Cucire per il piacere di indossare un vestito fatto con le proprie mani senza per forza dover avviare una produzione. Riscoprire il piacere e la gioia di fare quella cosa che amavi, solo per amore. Riuscire a svuotare davvero la mente e recuperare energie è fondamentale per rimanere lucidi, vivi, sani ed attenti. In un sistema che pretende rendimento da ogni attimo, non essere “utile” è resistere.

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Marina Savarese

Stilista, docente di moda e comunicazione, scrittrice e co-fondatrice del portale Sfashion-net, dedicato alla moda slow. Per L’Indipendente si occupa di consumo e moda critica.