Immagina di vivere con un solo stipendio. Nessun risparmio, nessun secondo lavoro, nessuna sicurezza. Finché lo stipendio arriva, tutto sembra funzionare: paghi affitto, bollette, spesa. Ma basta perdere quell’unica entrata e improvvisamente non riesci più a fare nulla. Il Sud Sudan è stato costruito esattamente così, e la cosa più assurda è che non stiamo parlando di un Paese senza risorse: sotto il suo territorio ci sono enormi riserve di petrolio. Per capire come sia possibile basta seguire una strategia pratica per trasformare un Paese potenzialmente ricco in uno Stato incapace di sostenersi da solo.
Dipendere da una sola ricchezza
Dopo l’indipendenza del 2011, il petrolio avrebbe dovuto trasformare il Sud Sudan in uno degli Stati più ricchi della regione. Invece è diventato quasi l’unico pilastro dell’economia. E quando un Paese vive di una sola entrata succede sempre la stessa cosa: smette lentamente di costruire alternative. L’agricoltura resta debole, l’industria non nasce, il sistema scolastico non forma abbastanza professionisti e l’economia intera diventa dipendente da qualcosa che non controlla davvero.
Nelle mani di qualcun altro
Il Sud Sudan produce petrolio, ma non ha accesso al mare. Per esportarlo deve utilizzare oleodotti che attraversano il Sudan fino al Mar Rosso. Tradotto: è come ricevere lo stipendio su un conto corrente intestato a un’altra persona. Finché quella persona collabora il sistema regge, ma basta una crisi e improvvisamente non controlli più nulla. Ed è esattamente quello che è successo con la guerra esplosa in Sudan nel 2023. Gli scontri hanno colpito oleodotti e infrastrutture energetiche: le esportazioni del Sud Sudan sono diminuite drasticamente e nel giro di pochi mesi il governo ha perso gran parte delle proprie entrate. A quel punto il problema non resta nei palazzi politici, ma arriva direttamente nella vita quotidiana delle persone: maestri, dottori, ingegneri, impiegati smettono di essere pagati; il prezzo del cibo aumenta e i blackout diventano continui.
Sostituire lentamente lo Stato con gli aiuti
Quando uno Stato non riesce più a garantire servizi essenziali, qualcuno inevitabilmente prende il suo posto ed è qui che entra il sistema umanitario. Nel Sud Sudan gli aiuti internazionali non servono più soltanto per affrontare emergenze temporanee, in molte zone sono diventati il sistema stesso. ONG e organizzazioni internazionali distribuiscono cibo, sostengono ospedali, finanziano scuole e garantiscono servizi che lo Stato non riesce più a fornire. Il problema è che quando questa situazione dura anni, l’emergenza smette di essere temporanea e diventa strutturale. È la “permanent emergency”: una crisi continua che non viene davvero risolta ma semplicemente gestita. A Juba il contrasto è evidente. Da una parte ci sono quartieri senza elettricità stabile, ospedali vuoti e scuole sovraffollate. Dall’altra ci sono compound internazionali protetti, convogli logistici e un’intera economia che vive attorno all’emergenza. E col tempo succede qualcosa di pericoloso: il sistema si abitua alla crisi, e la crisi diventa il motivo per cui si evita il collasso totale, ma non si può costruire abbastanza lavoro, industrie o istituzioni capaci di rendere il Paese indipendente.
Lasciare crollare scuola ed economia
A questo punto il danno più grave diventa inevitabile: il futuro smette di essere costruito. Oggi più della metà dei bambini sud-sudanesi non frequenta regolarmente le lezioni. Molti edifici scolastici sono stati distrutti o trasformati in rifugi per sfollati, mentre gli insegnanti spesso lavorano senza stipendio. Ma il problema non riguarda soltanto l’istruzione, riguarda il futuro economico del Paese. Perché senza scuole non formi medici, tecnici, ingegneri o imprenditori. E senza queste figure non costruisci ospedali funzionanti, reti elettriche, aziende o servizi pubblici efficienti. È un circolo vizioso: senza economia non investi nella scuola, senza scuola non crei competenze, senza competenze l’economia non cresce mai davvero. Nel frattempo le famiglie cercano semplicemente di sopravvivere. Molti bambini lavorano nei mercati invece di studiare, mentre per tanti adolescenti entrare in un gruppo armato diventa una delle poche possibilità di avere soldi, cibo o protezione. Ed è qui che si capisce il vero problema del Sud Sudan: il Paese non è povero perché non ha risorse, ma perché è stato costruito attorno alla dipendenza. Dal petrolio, dagli aiuti internazionali e da un’emergenza continua che impedisce la nascita di uno Stato davvero indipendente.