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Leggi sul lavoro: cosa cambia con il “salario giusto” approvato in Senato

Con l’approvazione definitiva in Senato, il decreto lavoro è diventato legge. Durante l’iter parlamentare, la maggioranza ha chiarito il perimetro del provvedimento, a partire dal concetto di “salario giusto”, che risponde a distanza alle richieste delle opposizioni circa l’introduzione di un salario minimo di 9 euro l’ora. Il governo Meloni ha deciso di rilanciare il ruolo dei contratti collettivi nazionali (CCNL), che spesso prevedono paghe inferiori alla soglia proposta dalle opposizioni. Le aziende che pagheranno un “salario giusto”, in linea cioè con le previsioni dei CCNL, verranno premiate con bonus e sgravi.

Salario giusto e salario minimo

In Italia, il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) è lo strumento attraverso cui le organizzazioni sindacali e le aziende giungono a un’intesa sulle prestazioni dei dipendenti, dagli stipendi ai giorni di ferie, passando per le misure di welfare. I CCNL sono più di un migliaio e disciplinano prestazioni differenti, ma tutti devono rispettare la legge, a partire da quella fondamentale. Ad esempio, secondo l’articolo 36 della Costituzione “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. In diversi i casi, i giudici hanno dichiarato l’illegittimità dei CCNL, perché in contrasto con la Costituzione. Sentenza dopo sentenza si è alimentato il dibattito sull’introduzione di un salario minimo, che fornirebbe ai lavoratori una base comune dalla quale partire.

Le opposizioni parlamentari hanno presentato una proposta unitaria, relativa a un salario minimo di 9 euro lordi l’ora. Secondo gli ultimi dati forniti [1] dall’ISTAT e dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), si contano diversi CCNL firmati dai principali sindacati — CGIL, UIL e CISL — al di sotto dell’ipotetico salario minimo. Nel nostro Paese sono circa 3 milioni i lavoratori che percepiscono una retribuzione inferiore ai 9 euro lordi l’ora.

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Nonostante ciò, il decreto [3] n. 62/2026 appena convertito in legge dal Parlamento, rigetta l’idea di una retribuzione minima e punta sui CCNL, introducendo il concetto di “salario giusto”. «Per noi il parametro di riferimento per definire questo salario giusto sono i contratti collettivi nazionali», ha dichiarato [4] la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando che alla luce del provvedimento «chi sottoscrive dei contratti pirata e chi sottopaga i lavoratori, non avrà diritto a incentivi pubblici sul lavoro». Dall’approvazione del decreto, la maggioranza si è concentrata sulla definizione dei contorni della misura. Quest’ultima — scrive [5] il Ministero del Lavoro — «individua il TEC (Trattamento Economico Complessivo) previsto dai contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale».

Ciò significa che, oltre alle paghe minime concordate dai sindacati confederali (CGIL, UIL e CISL), il salario giusto dovrà rispettare anche le previsioni sulle mensilità aggiuntive, giorni di ferie e welfare aziendale. Chi osserverà i TEC nella loro interezza, senza doversi preoccupare di eventuali aggiunte, accederà a bonus e sgravi.

“Basta assistenzialismo”, ma non per le aziende

«Continuiamo a seguire una strada chiara: sostenere il lavoro, non la dipendenza dai sussidi. Creare opportunità, non assistenzialismo esasperato. Dare dignità a chi ogni giorno manda avanti questa Nazione con il proprio lavoro», ha dichiarato Giorgia Meloni dopo il sì incassato in Senato. I bonus comunque restano, almeno per le aziende, costando circa un miliardo di euro al bilancio statale. Il provvedimento rinnova fino alla fine dell’anno gli esoneri contributivi di massimo 650 euro al mese per le assunzioni di donne. Il bonus sale a 800 euro in caso di residenza nel Mezzogiorno, dove nel 2024 è stata istituita una Zona economica speciale (ZES) unica. Discorso simile per i giovani under 35, con gli esoneri contributivi fissati a 500 euro mensili (650 se i lavoratori risiedono nel Mezzogiorno).

Al rispetto del “salario giusto”, la maggioranza ha aggiunto un nuovo paletto, relativo alla dimensione dell’azienda: le micro-imprese, composte cioè da massimo 10 dipendenti, potranno beneficiare degli sgravi, a patto di non aver licenziato nessun lavoratore nei sei mesi precedenti alla richiesta.

C’è una novità anche per quanto riguarda i rinnovi dei contratti collettivi. Nel caso di contratti scaduti e non rinnovati entro 9 mesi (nel testo del decreto [6] erano 12) scatta un adeguamento automatico sullo stipendio, pari al 50% dell’inflazione. Quindi con un’inflazione al 10%, si avrebbe un aumento del 5% in busta paga, in attesa della nuova contrattazione. Per quanto riguarda i contratti di prossimità, detti anche di secondo livello perché possono derogare ai CCNL di riferimento, l’iter parlamentare ha introdotto il deposito presso il Ministero del Lavoro e il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), con l’obiettivo di potenziare i meccanismi di controllo.

La maggioranza ha anche chiarito gli interventi messi in campo per «combattere il caporalato digitale che colpisce [7] in particolare i rider», come dichiarato da Meloni. I lavoratori delle piattaforme digitali dovranno godere dei diritti previsti per le prestazioni di tipo subordinato, nel caso di impiego continuativo, diretto e controllato dalle aziende. Viene fissata a mille euro, estendibile a 1500, la sanzione per le piattaforme che rilasciano più di un account per un singolo codice fiscale. Contestualmente, vengono previste multe tra 800 e 1200 euro per i lavoratori che cedono il proprio account a terzi, aggirando il nuovo obbligo di identificazione digitale introdotto con l’obiettivo di controllare orari e responsabilità.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.